L'imputato numero uno è il modello agricolo e di allevamento intensivo. Ma la questione per anni è rimasta senza una verità limpida. Ora, dopo una sentenza della scorsa estate emessa dalla Corte d'appello di Nantes, viene riconosciuta per la prima volta la responsabilità dello Stato francese in relazione al decesso di una persona per effetto dei gas tossici rilasciati dalla decomposizione delle alghe verdi che invadono la costa bretone.

Il caso che ha scoperchiato una vicenda drammatica e purtroppo legata a meccanismi sistemici e replicabili altrove, è quello di Jean-René Auffray, 50 anni, che fu trovato morto l’8 settembre 2016 su una spiaggia del comune di Hillion, in Bretagna, dove stava facendo running. Siamo nella zona di Saint-Malo, nei pressi della foce di un fiume, il Gouessant.

Si tratta di una delle aree del litorale assediate dalla "marea verde", dalle alghe del genere Ulva, che proliferano in particolare nelel baie con scarso ricambio idrico, in seguito all’impiego massiccio in agricoltura, da circa mezzo secolo, di fertilizzanti con nitrati, così come dell'impiego di queste sostanze nei diffusi allevamenti di suini in Bretagna. Dai campi o dagli allevamenti (con lo scarico delle deiezioni animali) il flusso delle acque, piogge e torrenti e fiumi, trasporta queste sostanze al mare, dove causano la proliferazione delle alghe verdi, favorita anche dal cambiamento climatico e da temperature più miti anche d'inverno.

Ma torniamo al tragico caso di Jean-René Auffray, che segna ora un punto giudiziario di svolta: inizialmente la sua morte fu attribuita a cause naturali.

Ma la tenacia della famiglia della vittima ha condotto a indagini autoptiche approfondite e alla fine al riconoscimento del nesso causale fra le alghe e il decesso.
Per la precisione, a causare la morte è il processo di putrefazione della enorme quantità di alghe, che provoca il rilascio di molti gas, compresi composti tossici quali l'idrogeno solforato la cui inalazione può provocare, a seconda delle quantità, conseguenze che vanno dall'asma all'edema polmonare acuto.

Secondo analisi svolte in alcuni punti del litorale bretone colpiti dalla marea verde, si possono rilevare concentrazioni di idrogeno solforato (o acido solfidrico) tali da poter provocare il decesso di una persona.

Sulla base di queste acquisizioni scientifiche, il colelgigo giudicante ha emesso la storica sentenza, con riferimento alle indagini successive che hanno stabilito che il decesso fu causato appunto da uno shock polmonare acuto dovuto all’inalazione di idrogeno solforato, gas liberato dalla putrefazione massiccia delle alghe verdi presenti sulla spiaggia.

La Corte ha condannato lo Stato all’indennizzo dei familiari della vittima, ritenendolo responsabile per non aver applicato in modo adeguato le normative europee e nazionali contro l’inquinamento agricolo, fonte principale del fenomeno algale.

Secondo la sentenza, le concentrazioni di gas all’epoca erano sufficienti da sole a provocare una morte istantanea: la decisione potrebbe essere un precedente per altri casi simili in futuro.

Il problema delle alghe verdi in Bretagna, oltre a riguardare questio tragici casi estremi, è sollevato da decenni dagli ambientalisti anche in relazione ai danni provocati alla fauna lungo le coste, la cui presenza nei tratti afflitti dall'invasione  è ridotta ai minimi termini.

Superfluo, infine, ricordare che anche in questa triste vicenda il mondo dei movimenti ecologisti ha chiamato in causa ripetutamente, per l'inerzia, le autorità pubbliche che dovrebbero sorvegliare sull'operato dei soggetti privati, in questo caso nella zootecnica e nell'agricoltura.