PHOTO
ARCO. Non è latte e non fa bene alle ossa. La sostanza biancastra di origine sconosciuta è finita nel Rio Salone, corso d'acqua che si trova nel territorio comunale di Arco, poco sotto la discarica Maza. È acqua che poi finisce nella Sarca e poi nel Lago di Garda. Il colore in realtà varia: si va dal biancastro al marrone e al grigio, un "macchiatura" dovuta agli acquazzoni di questi giorni. A denunciare i gravi problemi dell'ecosistema è il Coordinamento Ambiente Alto Garda e, in particolare, il Wwf, che continua a monitorare la zona. Le segnalazioni, con tanto di documentazione fotografica e video, si susseguono da mesi, da almeno inizio dell'anno. A lanciare l'ennesimo allarme è stata Carla Del Marco, coordinatrice del Wwf Alto Garda, che nel pomeriggio è tornata sul posto. «Alla stazione forestale sanno tutto. Abbiamo inviato il materiale tempo fa... I Forestali fanno ciò che possono. Le carte sono arrivate in Procura a Rovereto. Ci saremmo aspettati un intervento tempestivo da parte della magistratura. Ma per ora zero...»
E l’Appa? «Sappiamo che l’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente ha fatto fare analisi mesi fa ma nessuno dice, nessuno spiega». Del Marco fa notare che quella materia biancastra è realisticamente un residuo della lavorazione della pietra a monte. A monte c'è il cantiere per il collegamento viario Loppio-Busa, che tocca la doppia discarica della Maza (doppia perché esiste un cumulo impermeabilizzato e uno non impermeabilizzato; dall'uno all'altro si stanno trasferendo i rifiuti e la "operazione di bonifica" dovrebbe concludersi nel 2024). «Questa polvere di roccia, oltre a far virare il colore dell'acqua sul bianco, ha creato una patina su tutto il sedime del torrente Salone. Normale chiedersi se, ed in che misura, questa vada ad alterare gli equilibri dell’ecosistema».
Quella sostanza forse non è pericolosa in senso stretto per l'uomo, ma lo è per la flora e la fauna ittica, oltre che per i microorganismi, anche perché si va a depositare sul fondo e ci vorrà molto tempo prima di vederla scomparire. «Consideriamo anche il fatto che le scariche di materiale dalle vasche del cantiere che sta sopra sono periodiche». Insomma l'inquinamento da roccia è costantemente "aggiornato": un bel “refresh” di cui si farebbe volentieri a meno. A questo nemico visibile se ne somma poi uno invisibile, quello dei Pfas, sostanze impermeabilizzanti pericolose che - come ampiamente documentato da questo giornale - sono presenti nella discarica di Arco almeno dall'aprile 2019. Si parla di una concentrazione pari a 7800 ng/litro. Le sostanze perfluoroalchiliche (si tratta di molecole che, a contatto prolungato con l’uomo, possono causare tumori, sviluppo anomalo dell’apparato genitale, infertilità, patologie della tiroide e del sistema nervoso) sono nel percolato che viene raccolto a valle della discarica. Il percolato è una sorta di "spremuta di rifiuti", frutto del passaggio dell'acqua di sorgente o dell'acqua piovana, che attraversa il materiale depositato. Questo viene trasferito con delle autobotti fino al depuratore di Rovereto, dove non può essere filtrato perché quell'impianto non è attrezzato per fermare le molecole di perfluoroalchilici. Risultato: i Pfas (inodori, incolori, insapori e indistruttibili) vengono diluite nel fiume Adige.
Su questa operazione - che Appa descrive come perfettamente legittima, dati i non-limiti di legge e data la prassi italiana - si concentra l’attenzione degli ambientalisti. Duilio Turrini, a capo del Coordinamento Ambiente) spiega che in questi giorni è stata individuata e fotografata una «fonte liquida che fuoriesce dalla parte nord della discarica e che finisce nei canali e poi inevitabilmente si infiltra nel terreno». E la cosa fa preoccupare perché - accertata la presenza di Pfas nel percolato - «è evidente che il rischio di contaminazione da Pfas del terreno, dato il maltempo di questo periodo, è più che reale». «Il fatto è che, sia per quanto riguarda le rogge con quel liquido da percolazione, sia per quanto riguarda la presenza di sostanza biancastra denunciata dal Wwf, non abbiamo atti ufficiali e non abbiamo neanche interventi a livello di controllo».
Duilio Turrini ricorda la questione aperta della concentrazione da Pfas nel percolato che finisce regolarmente al depuratore di Rovereto e quindi nel fiume Adige. «Ma poi c’è anche il problema della conduttura di percolato che porta fino al Linfano». Insomma l’attenzione del Coordinamento Ambiente è massima: timori ma anche rabbia che ormai nessuno degli ambientalisti nasconde, visto che «ci si aspettava un intervento della magistratura». Per quanto riguarda i Pfas al momento ci sono sei esposti-denuncia depositati in altrettante Procure (Rovereto, Verona, Padova, Venezia, Rovigo e Vicenza) dall’avvocato Gloria Canestrini (ColT - Comitato legalità e trasparenza del Trentino) assieme a Germano Fatturini (portavoce di Rinascita Rovereto). Vedremo.
Un grande punto di domanda resta sul Rio Salone, su cui pare esserci poca attenzione. E il Comune di Arco che fa? Il sindaco Alessandro Betta ricorda che sui Pfas nei mesi scorsi sono arrivate le rassicurazioni del direttore generale di Appa Enrico Menapace e dell’assessore provinciale Mario Tonina, anche se poi i dati usciti nelle settimane successive hanno ridotto la dose di camomilla pensata per i residenti dell’Alto Garda. «Beh... ma se non mi fido di Appa, da sindaco, di chi mi devo fidare? - si chiede Betta - Comunque in consiglio a breve risponderò ad una interrogazione della Civica Olivaia». E il Rio Salone? «Aspetto che chi ha fatto le foto dell’acqua me le faccia avere».
