Bolzano. La mia generazione s’è persa la luna. Per un soffio. Ero poco più di un neonato quando Gene Cernan lasciava sul suolo lunare l’ultima traccia della nostra presenza, non pensando nemmeno lontanamente che nei successivi 50 anni nessuno avrebbe più ripetuto quel gesto. Figlio di un coraggio e di una volontà di sfidare l’ignoto che non ci appartengono più. Se l’è persa ma ha fatto in tempo a viverla perlomeno nei sogni di un bambino. Nel cortile delle affollate elementari Longon, negli anni 70, eravamo in molti a voler ‘fare da grandi’ l’astronauta. E durante le lezioni della sezione H, io avevo anche qualcosa da mostrare e raccontare. In un’epoca dove la rete riportava solo al calcio, l’interesse era assoluto e non volava una mosca.

Oltre ad avere lo “zio in America”, avevo addirittura lo “zio dei missili in America”! I missili, che ci riportavano subito alle puntate di Goldrake o, per qualcuno un po' più grandicello, a Spazio 1999. Quelli che costruivamo con i mattoncini di lego sicuri che prima o poi, noi futuri astronauti, avremmo usato per andare nello spazio.

Lo zio veniva a trovarci tutti gli anni, e tutti gli anni era una nuova storia. Una nuova medaglietta, un badge di missione, un piccolo scarto di produzione. Tutto regolarmente riportato, non senza enfasi, a tanti ragazzini cui la luna sembrava di toccarla.

Ma parliamo un po' di lui. Romeo Zuech. Anche perché la sua storia è perlomeno agli inizi anche la storia dei sogni e delle pulsioni che attraversavano una generazione di giovani della nostra città, Bolzano, che dopo gli orrori di una terribile guerra voleva riscattarsi. Classe 1926, nato a Brez in Val di Non, ha frequentato durante il conflitto un istituto tecnico industriale (quello di via Cadorna) nuovo di zecca alternando durante i primi anni i libri al fucile nei boschi del trentino. Da partigiano, cosa di cui andava fiero e che gli avrebbe permesso di ottenere più avanti credito in un paese straniero durante un’epoca dove queste cose contavano.