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San giovanni / sèn jan. All’età di 93 anni Luigi Cincelli de Zul di Pozza ha pubblicato un nuovo libro anch’esso sul legame fra le leggende ladine e il mondo della mitologia greca. «Grazie al loro isolamento – spiega il Professore - le valli ladine hanno potuto e saputo conservare idioma, mitologia e tradizione pre-romane». Appassionato di tale materia e curioso del significato dei toponimi della sua valle fin dall’infanzia, lo studio del greco e della mitologia greca (di conseguenza anche dalla sua evoluzione e diffusione) ha accompagnato l’intera vita del professor Cincelli che alle sue spalle ha già diverse pubblicazioni. Nel 2007 pubblica “La valle dei draghi” dove ore presenta una panoramica della mitologia greco-romana riferita alla cultura ladina e viene analizzata l’origine greca dei nomi delle divinità ladine.
Nel 2016 esce “L’etnogenesi ladina, lingua e cultura” dedicata a tutte la gente delle valli ladine nella quale l’autore riporta figure mitologiche, tradizioni, fenomeni linguistici, pesi e misure della giurisdizione di Fassa e poi, insieme alla figlia Chiara, pubblica nel 2018 il testo “Alla ricerca delle nostre radici di un tempo”. Qui l’autore spazia fra “le ere geologiche e l’età della pietra e dei metalli, i flussi migratori nelle Dolomiti fino alle varie popolazioni d’Italia preistorica, dei Brigi primaria gente di Fassa (ossia i Bregostégn e la Bregostènes) e alla cultura retica con i simposio della dea Tinarez (tini-Reitia) sul Ciaslìr di Vigo, tramandatoci nella lettera del 16 febbraio 1889 da don Giuseppe Brunel de Zepon da Soraga e allora pievano a Ortisei, su informazione di un ignoto signore di novantadue anni.
Dopo averci accolto in casa sua, il clima era del tutto cordiale e sereno, il professor Cincelli ci ha raccontato del contenuto del libro nuovo curato da Tiricreo di Carano ed edito dalla tipografia Esperia di Lavis. Il titolo è “I miti della dea fassana “Donna Chelìna” (Cibèle) e del re Laurino”. “In epoca preistorica – spiega Cincelli – si suppone sia esistito un santuario naturale alla dea Chelìna (signora dei monti e delle rocce) in Val Salèi, poco sotto il passo Sella, nel Sas de Salèi. La superficie della rocca era il punto di contatto con l’aldilà: si credeva infatti che gli spiriti dei morti vivessero nella roccia. Parallelamente in Badia e Ampezzo la stessa dea era venerata sotto il nome di donna Dindia (Dindimene) con l paredro Zan de Rame (soprannome di Apollo) e più tard Pìn da Munt, ossia dio Pìn venetico”.
Sulla copertina del libro c’è la foto della statua di ghiaccio raffigurante Re Laurino realizzata dall’artista Toni Gross (1932-2005). Il regno di Re Laurino erano le miniere del Rosengarten e il Latemar. Egli è un re bonario e non legato al dio nordico della guerra Thor, ma legato all’età della pietra. Il nome “Laurino” – secondo Cincelli - si riallaccia ad altri toponimi presenti anche in altri luoghi (tipo Valle Aurina) e tutti risalenti all’era neolitica (della pietra), luoghi dove venivano sfruttate le miniere locali.
«Entrambe queste figure della mitologia ladino/fassana – ipotizza Cincelli - Donna Chelìna e Re Laurino, poi sono accomunati dal fatto che entrambi avevano de dipendenti: Donna Chelina i morchies (dal latino murcus (eunuchi) ossia i “morituri” e Re Laurino aveva i terchies (Telchini), forse i nani metalliferi del Latemar».
Infine, nel libro viene analizzato anche il significato di un’oggetto ludico tipico dell’area ladina: “l zeberchie”, erede del Telesforo greco (portare a compimento), portafortuna e dio delle convalescenza, assimilato a Igea, Esculapio e Apollo e ai penati romani, dei domestici dei Romani e protettori della casa e della famiglia.
Nel 2016 esce “L’etnogenesi ladina, lingua e cultura” dedicata a tutte la gente delle valli ladine nella quale l’autore riporta figure mitologiche, tradizioni, fenomeni linguistici, pesi e misure della giurisdizione di Fassa e poi, insieme alla figlia Chiara, pubblica nel 2018 il testo “Alla ricerca delle nostre radici di un tempo”. Qui l’autore spazia fra “le ere geologiche e l’età della pietra e dei metalli, i flussi migratori nelle Dolomiti fino alle varie popolazioni d’Italia preistorica, dei Brigi primaria gente di Fassa (ossia i Bregostégn e la Bregostènes) e alla cultura retica con i simposio della dea Tinarez (tini-Reitia) sul Ciaslìr di Vigo, tramandatoci nella lettera del 16 febbraio 1889 da don Giuseppe Brunel de Zepon da Soraga e allora pievano a Ortisei, su informazione di un ignoto signore di novantadue anni.
Dopo averci accolto in casa sua, il clima era del tutto cordiale e sereno, il professor Cincelli ci ha raccontato del contenuto del libro nuovo curato da Tiricreo di Carano ed edito dalla tipografia Esperia di Lavis. Il titolo è “I miti della dea fassana “Donna Chelìna” (Cibèle) e del re Laurino”. “In epoca preistorica – spiega Cincelli – si suppone sia esistito un santuario naturale alla dea Chelìna (signora dei monti e delle rocce) in Val Salèi, poco sotto il passo Sella, nel Sas de Salèi. La superficie della rocca era il punto di contatto con l’aldilà: si credeva infatti che gli spiriti dei morti vivessero nella roccia. Parallelamente in Badia e Ampezzo la stessa dea era venerata sotto il nome di donna Dindia (Dindimene) con l paredro Zan de Rame (soprannome di Apollo) e più tard Pìn da Munt, ossia dio Pìn venetico”.
Sulla copertina del libro c’è la foto della statua di ghiaccio raffigurante Re Laurino realizzata dall’artista Toni Gross (1932-2005). Il regno di Re Laurino erano le miniere del Rosengarten e il Latemar. Egli è un re bonario e non legato al dio nordico della guerra Thor, ma legato all’età della pietra. Il nome “Laurino” – secondo Cincelli - si riallaccia ad altri toponimi presenti anche in altri luoghi (tipo Valle Aurina) e tutti risalenti all’era neolitica (della pietra), luoghi dove venivano sfruttate le miniere locali.
«Entrambe queste figure della mitologia ladino/fassana – ipotizza Cincelli - Donna Chelìna e Re Laurino, poi sono accomunati dal fatto che entrambi avevano de dipendenti: Donna Chelina i morchies (dal latino murcus (eunuchi) ossia i “morituri” e Re Laurino aveva i terchies (Telchini), forse i nani metalliferi del Latemar».
Infine, nel libro viene analizzato anche il significato di un’oggetto ludico tipico dell’area ladina: “l zeberchie”, erede del Telesforo greco (portare a compimento), portafortuna e dio delle convalescenza, assimilato a Igea, Esculapio e Apollo e ai penati romani, dei domestici dei Romani e protettori della casa e della famiglia.
