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STORO. Le generazioni più giovani di “cavalère”, bozzoli , gelsi e bachi da seta poco sanno o niente. A Storo, dove sino al 1947 erano cose che facevano parte della quotidianità danno una decisa impronta nell'economia di paese, se ne parlerà questa sera alle 20.30 nell'auditorium comunale di piazza. A parlarne saranno alcune persone che quella realtà industriale, che terminò negli anni Cinquanta per far posto alla coltivazione del tabacco da parte della fondazione Bleggi, l’avevano vissuta in prima persona. Allora alberi di gelso se ne vedevano ovunque: ora sono una rarità.
A proporre l'interessante serata sono il Circolo pensionati dei Voi e l'assessorato alla cultura che saranno rispettivamente rappresentati da Donato Candioli ed Ersilia Ghezzi ai quale spetterà per la loro parte introdurre e portare i saluti dei rispettivi enti .
«Per più di quattro mesi - spiega Candioli - diversi nostri anziani sono stati impegnati in una ricerca storica su bachi e “cavalère” il cui ciclo produttivo durava una quarantina di giorni. Ora sui loro riscontri, confermati da ricerche conservate su alcuni testi come Parlar da Stor (edito da Giovanni Poletti ) e dalle informazioni di prima mano raccolte nel tempo dall'insegnante a riposo Gianni Cortella, sarà possibile trarre ulteriori testimonianze in modo da comprendere raffronti e significati come somèse, scartòc , foglie di gelso e cambi di pelle da parte dei bachi».
Espletate le formalità iniziali il moderatore Salvatore Giacomolli darà la parola a Massimino e Teresina Ferretti, Luigi Poletti e Bepi Zontini. I quattro ultraottantenni sono considerati a tutti gli effetti i veri testimoni della Storo di un tempo. Parte dei loro racconti sono già stati raccolti e catalogati su immagini che l'agenzia Capelli ha pubblicato online. Un’altra testimonianza arriverà anche da Giovanni Grassi un tempo vicesindaco di Storo. «Le persone chiamate a illustrare quelle esperienze sono le uniche ancora rimaste e che possono fare da testimoni di una attività e storia di paese che molti adesso nemmeno conoscono. Ricordo che all'epoca si raggruppavano più famiglie e dentro il màstac si dava corso al processo di lavorazione. Questo avveniva in quel locale, solitamente dislocato al primo piano (màstac), considerato multiuso nelle case contadine. La pratica delle cosiddette “cavalère a mes” (coltivazione in comproprietà) era assai diffusa dove una famiglia metteva a disposizione le piante di gelso e l'altra invece prestava il lavoro necessario per la coltivazione. Per bozzoli e chilometri di filo di seta, si faceva quindi una grande festa il giorno in cui si vendevano alla cooperativa e le donne per l'occasione indossavano il vestito più bello del loro misero guardaroba. Poi avuti i soldi non si marinavano gli impegni ma per prima cosa si andava alla stessa Famiglia Cooperativa a saldare il costo delle somèse».
A proporre l'interessante serata sono il Circolo pensionati dei Voi e l'assessorato alla cultura che saranno rispettivamente rappresentati da Donato Candioli ed Ersilia Ghezzi ai quale spetterà per la loro parte introdurre e portare i saluti dei rispettivi enti .
«Per più di quattro mesi - spiega Candioli - diversi nostri anziani sono stati impegnati in una ricerca storica su bachi e “cavalère” il cui ciclo produttivo durava una quarantina di giorni. Ora sui loro riscontri, confermati da ricerche conservate su alcuni testi come Parlar da Stor (edito da Giovanni Poletti ) e dalle informazioni di prima mano raccolte nel tempo dall'insegnante a riposo Gianni Cortella, sarà possibile trarre ulteriori testimonianze in modo da comprendere raffronti e significati come somèse, scartòc , foglie di gelso e cambi di pelle da parte dei bachi».
Espletate le formalità iniziali il moderatore Salvatore Giacomolli darà la parola a Massimino e Teresina Ferretti, Luigi Poletti e Bepi Zontini. I quattro ultraottantenni sono considerati a tutti gli effetti i veri testimoni della Storo di un tempo. Parte dei loro racconti sono già stati raccolti e catalogati su immagini che l'agenzia Capelli ha pubblicato online. Un’altra testimonianza arriverà anche da Giovanni Grassi un tempo vicesindaco di Storo. «Le persone chiamate a illustrare quelle esperienze sono le uniche ancora rimaste e che possono fare da testimoni di una attività e storia di paese che molti adesso nemmeno conoscono. Ricordo che all'epoca si raggruppavano più famiglie e dentro il màstac si dava corso al processo di lavorazione. Questo avveniva in quel locale, solitamente dislocato al primo piano (màstac), considerato multiuso nelle case contadine. La pratica delle cosiddette “cavalère a mes” (coltivazione in comproprietà) era assai diffusa dove una famiglia metteva a disposizione le piante di gelso e l'altra invece prestava il lavoro necessario per la coltivazione. Per bozzoli e chilometri di filo di seta, si faceva quindi una grande festa il giorno in cui si vendevano alla cooperativa e le donne per l'occasione indossavano il vestito più bello del loro misero guardaroba. Poi avuti i soldi non si marinavano gli impegni ma per prima cosa si andava alla stessa Famiglia Cooperativa a saldare il costo delle somèse».
