TRENTO – La gioventù ribelle, il difficile rapporto con i genitori, i vizi, l’arte paziente della scrittura, la passione incontenibile per la roccia e per le cime, lo spleen di Erto, un piccolo borgo tra i monti friulani, al confine con Belluno e Longarone, nello scenario del Vajont e dalla sua tragedia del 1963.

È questo il racconto in immagini della vita di Mauro Corona che attraversa il docufilm “La mia vita finché capita” di Niccolò Maria Pagani. Una pellicola che verrà presentata in anteprima nazionale al Trento Film Festival, ieri, venerdì 2 maggio, per poi essere nelle sale dal 5 maggio, alle 21 all’Auditorium, in una serata in cui Simone Marchi dialogherà con Mauro Corona, Davide Van De Sfroos, Mauro Gervasini e Pagani. Di questo docu-film abbiamo parlato con il regista milanese.

Pagani, da dove l’idea di questa pellicola ?

“La scintilla si lega ad un pranzo organizzato a seguito di una presentazione del suo libro, in modo del tutto casuale. Ho sempre visto Corona come il personaggio di “Carta Bianca”, non avevo mai pensato alla possibilità di farci un film ma sono bastati dieci minuti con lui per capire che dietro quella persona c’era un universo da esplorare”.

Per sette mesi si è trasferito dalla sua Milano ad Erto: che esperienza è stata essere vicino alla “tana di Mauro”?

“Avevo preso una casa per la troupe a Erto per avere una base operativa. Abbiamo girato solo venti giorni ma distribuiti da novembre ad aprile, perché avevo bisogno che si sentisse il passaggio delle stagioni. Ho poi deciso di trasferirmi lì anche per il montaggio e ogni mattina avevo davanti a me il paesino abbandonato, le montagne, la ferita del Vajont ancora presente.

Credo sia stata una cosa molto positiva perché mi ha permesso di vivere a contatto coi fantasmi di Erto vecchia e di Mauro stesso. Fra l’altro per me era un frangente difficile della mia vita ed essere lì in quei luoghi è stato catartico e non dimenticherò mai l’accoglienza ricevuta. Volevo anche fare i complimenti al direttore della fotografia Luca Da Dalt: affidare un film sulla vecchiaia e sulla morte ad un giovane non è semplice ma sapevo che lui aveva la sensibilità giusta per raccontare le montagne in un certo modo”.

Mauro Corona: che uomo ha scoperto rispetto a quello che si aspettava di incontrare?

“Il primo aggettivo che mi viene in mente è generoso per come ha aperto le porte della sua tana e della sua vita perché non è mai semplice dare le chiavi della propria vita a uno sconosciuto. Ho scoperto una persona molto sensibile e non me lo aspettavo da una persona che appare molto burbera ma dietro la maschera di durezza c’è davvero una forte sensibilità”.

Nelle note di “La mia vita finché capita” si parla di un ritratto di uomo e artista senza veli e senza reticenze: quanto è stato difficile realizzarlo?

“Mauro si è fidato di me e di tutta la troupe e ciò ha fatto sì che non venissimo percepiti come una minaccia o invasione della sua vita. Ci sono state molte difficoltà perché Mauro è un uomo di ombre e luci: ci sono state giornate in cui era felice di portarci in giro e altre in cui arrivavano delle ombre non è stato molto semplice . Il fatto di essere andato a vivere lì ha fatto sì che il paese mi accogliesse in modo splendido ma il fatto di vederci tutti i giorni ha dato vita a degli scontri che però erano fatti per il bene del film. Ognuno di noi cercava di difendere le sue posizioni e penso siano stati fondamentali per tirar fuori il meglio da questo film”.

In quali momenti, magari legati a ricordi dolorosi, ha notato una maggior difficoltà in Corona nel raccontarsi?

“Quando eravamo fuori era nel suo ambiente mentre nella casa dei genitori abbiamo girato uno dei momenti più intensi ed intimi. Mauro si è trovato a fare i conti col passato, è sempre difficile affrontare certi fantasmi e farlo davanti a una troupe lo è ancora di più ma credo siano scene importanti per capire la sua sensibilità”.

Fil rouge del film le citazioni letterarie da alcuni dei passi più belli dei libri di Corona, in particolare da “Le altalene”, letti da Giancarlo Giannini.

“La scelta è stata mia e ringrazio tantissimo Giancarlo Giannini. Avevo bisogno di una voce molto profonda e anche greve perché tutte le letture sono parecchio pesanti. Ci sono stati dei dubbi da parte del distributore su questa scelta per il rischio di scavalcare e di coprire Corona ma Mauro stesso mi ha permesso di farlo perché il suo carattere così forte mi ha permesso di usare una voce altrettanto forte come quella di Giannini senza togliergli nulla”.

Le immagini sono anche quelle dello scrittore Erri De Luca e di due personaggi della musica italiana, Piero Pelù e Davide Van De Sfroos: come sono stati coinvolti?

“Andando in ordine di apparizione Piero Pelù non solo è venuto per le riprese ma due giorni prima per stare con Mauro. Conosceva Erto e si era già innamorato di quei posti, era nata così la loro amicizia. Vedendolo passeggiare per le vie del paese ci è venuta l’idea del suo voice over per descrivere il personaggio, a lui ho affidato la presentazione di Mauro definito dal rocker fiorentino come “La rockstar delle Dolomiti”. Van De Sfroos è stato estremamente generoso e avere personaggi legati alla musica come lui e Pelù mi ha permesso di avere anche dei momenti più leggeri nel film dopo aver parlato di morte, di depressione e di fine vita”.

Mi pare che la “leggerezza”  più grande sia venuta da Erri De Luca.

“Sì, lo scrittore napoletano ha trascinato con un’incredibile ventata di ottimismo che ha quasi trascinato Mauro Corona. Erri de Luca dice che questa è la sua età migliore, che il pianeta è in buone mani perché è in quelle dei giovani insomma il suo ottimismo era quasi necessario dopo tanta malinconia”.

Le note della colonna sonora con il brano “Sole spento” dei Timoria sono affidate ad Omar Pedrini.

“Volevamo coinvolgere Omar nel film ma non siamo riusciti a trovare l’incastro giusto. Mauro ci teneva molto ad avere la sua presenza e allora abbiamo lavorato in modo diverso su una sua canzone. “Sole spento” parla di un carcerato che non può andarsene dal luogo in cui è e Mauro racconta proprio la sindrome di Stoccolma perché non riesce ad andarsene dai suoi luoghi.

Ci è piaciuto questo parallelismo e abbiamo fatto due versioni diverse della canzone: una strumentale quasi blues e una finale con una voce femminile di una ragazza che avevo conosciuto a Erto e che l’ha cantata pensando di passeggiare per le vie del paese. Non è una professionista, ci sono delle imperfezioni ma sono proprio le imperfezioni a rendere belle le cose. Mi piaceva l’idea di avere una voce femminile perché nel film come nella vita di Mauro non ci sono donne anche se vengono evocate nel film e mi piaceva l’idea che venissero fuori richiamate dalla voce di Orsola Scarpa”.

Tratto dal giornale l'Adige