BOLZANO. Il bene più prezioso per Giuseppe Piccoli sono 190 lettere. L’unica cosa che gli è rimasta del padre Filiberto, detto Berto, morto a 30 anni nel gennaio 1943. Scaraventato a 4 mila chilometri da casa a difendere la “linea del Don” dall’Armata Rossa. Lettere e cartoline spedite (anche due al giorno) dal fronte. Un documento storico eccezionale che ora è stato raccolto nel volume «Caro Lili, lettere dal Fronte russo 1942-1943». “Lili” è lui, Giuseppe, che quando Berto partì aveva appena 11 mesi. Oggi, che di anni ne ha 77 e gli assomiglia come una goccia d’acqua, ha deciso di rendere omaggio al papà mai conosciuto. «Non ho nessun ricordo di lui - racconta - ero troppo piccolo. Ma nella mia famiglia ha lasciato un vuoto profondo. Mia madre Ernesta non si è più risposata, ha sempre sperato tornasse...». Giuseppe abita ancora nella stessa casa al 10 di via Claudia Augusta, comprata dai nonno materno Clemente Naletto negli anni Trenta appena arrivati a Bolzano dal veronese. La storia di Berto è quella di migliaia di soldati italiani inghiottiti dalle steppe e di cui non si sa più niente. Nemmeno se e dove siano seppelliti.

Ai primi di gennaio promette: «Quando tornerò vi farò dei bellissimi regali».

Rimprovera amorevolmente le cognate: «Forse cominciate a dimenticare il vostro amico lontano? Non ricordate le belle risate che vi facevo fare? Guardate che io vi ricordo e vi penso giornalmente, e non trovo scuse per scrivere due righe, perché alle care persone non c’è tempo che ostacola...». Gli alpini vengono chiusi nella sacca. L’unica speranza è rompere l’«anello» russo e ritirarsi. L’ultima lettera è del 13 gennaio, un’innocente bugia: «Alle care persone lontane, qui sempre bene, la salute ottimamente, così spero sia di voi tutti, compreso il caro Lili. Un forte abbraccio con un presto arrivederci, vostro Berto». Probabilmente muore il 17 gennaio. Forse ucciso, forse di freddo. Ernesta, che non sa nulla, continua a scrivergli divorata dalla preoccupazione. 2 febbraio 1943: «Berto Carissimo, dopo un lungo mese di tuo silenzio, oggi mi sono giunte 4 tue lettere e parecchie cartoline. Non puoi immaginare caro Berto che giorni d’angoscia ho passato e sto tuttora passando finché non avrò nelle mani tuoi scritti in data più recente». Nel maggio 1943 un compagno reduce dalla Russia, che ha perso una gamba nella battaglia, scrive ad Ernesta di averlo visto vivo l’ultima volta il 17 gennaio, ma di non conoscere il suo destino. Il maresciallo Righi rientra nell’estate del ’45. La rincuora: «Non sappiamo niente di lui, ma è così per migliaia di italiani. Non è detto sia morto». Anni dopo però racconterà a Giuseppe: «Eravamo accerchiati, ognuno pensava a sé, cercando di uscire dalla sacca e salvarsi. Berto è sparito nella neve». Dopo la guerra altri alpini busseranno alla porta di via Claudia Augusta per portare conforto e mezze voci. C’è chi è sicuro sia stato fatto prigioniero. Chi crede di averlo visto durante le ritirata... Ernesta chiede notizie alla Croce rossa, allo Schedario mondiale dei dispersi, ai compagni sopravvissuti alla mattanza, a quelli tornati dalla prigionia. Non si arrende. Segue ogni possibile pista, ogni traccia, verifica ogni segnalazione. Deve fare tutto da sola. I dispersi in Russia sono migliaia e migliaia, circa 75 mila. Ogni famiglia deve arrangiarsi. Il tempo scorre. I giorni diventano settimane, le settimane mesi, i mesi anni.