ROVERETO. La bigamia è un reato grave: da 1 a 5 anni di reclusione. E il roveretano comparso ieri davanti al Gup Dieni in punta di diritto lo aveva commesso in pieno. Dopo una vita matrimoniale felice in Vallagarina, si era separato ed aveva avviato la pratica di divorzio, trasferendosi in Algeria. Dove vive tutt’ora. E in Algeria si era anche sposato con una donna del posto. Una volta ottenuto il divorzio, aveva chiesto la registrazione in Italia del matrimonio contratto in Algeria, ma così facendo si era di fatto autodenunciato. Finendo a processo con l’accusa di bigamia. A trarlo in errore è stata la convinzione, sbagliatissima, che il matrimonio contratto all’estero abbia valore in Italia solo al momento della registrazione. In verità è ormai assodato che produce gli stessi effetti, anche dal punto di vista civile, pure se non registrato. E quindi pochi dubbi: sia pure per un breve periodo e sia pure in assoluta buonafede, il roveretano era stato bigamo.

A salvarlo però è stato un altro arzigogolo giuridico di cui sicuramente ignorava l’esistenza. Nel caso di reati commessi all’estero (e la bigamia si concretizza nel momento del secondo matrimonio, quindi in Algeria) e non particolarmente gravi, non si procede d’ufficio ma solo su richiesta del Ministero della Giustizia o della parte lesa. Nel caso specifico, il Ministero non ha mai chiesto nulla e ancora meno la ex moglie, che nulla ha mai avuto da eccepire sulle decisioni dell’ex marito. Quindi il giudice si è limitato a rilevare l’assenza di procedibilità e a prosciogliere l’imputato. Che a questo punto quindi è stato bigamo, ma senza che questo facesse fastidio a nessuno.

Va da sé che la scappatoia è legata al fatto che il secondo matrimonio si è celebrato all’estero: l’identica vicenda con entrambi i matrimoni in Italia avrebbe portato alla condanna. (l.m)