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I maestri della nostra professione, ai bei tempi, ce lo avevano insegnato: il giornalismo si fa con le scarpe; solo consumandole, per parlare con il maggior numero di persone possibile, vi avvicinerete alla verità, sarete credibili, avrete successo. Noi, complice l’avvento dei new media, non li abbiamo ascoltati. Ma ognuno dei noi è profondamente convinto della saggezza di quell’insegnamento. I maestri avevano ragione: lo sa benissimo anche un bravo giornalista, di più, uno scrittore, narratore delle nostre montagne quale Marco Albino Ferrari, direttore di Montagne. Che, per scoprire le Dolomiti – e cioè cosa c’è dietro alle immagini da cartolina, all’inserimento dei Monti Pallidi nel patrimonio mondiale dell’Unesco – ha preso sotto braccio uno studioso del calibro di Annibale Salsa – già presidente del Club Alpino Italiano – e si è messo in viaggio. Un viaggio in sei tappe, alla ri-scoperta delle Dolomiti attraverso la loro gente, i loro personaggi, le loro storie. Ne è uscito il numero monografico della rivista che da qualche giorno è in edicola. Ma soprattutto un racconto appassionante, che vale la pena di leggere. Anche per noi, che viviamo all’ombra di quelle splendide montagne, riteniamo di conoscerle e, proprio per questo, in tanti casi guardiamo senza vedere, ascoltiamo senza sentire, leggiamo senza capire.
Guardare dietro la cartolina, dicevamo. Ferrari e Salsa sono partiti da due date: il 1909, anno dell’inaugurazione di quella che sarebbe diventata la Statale delle Dolomiti; e il 2009, l’anno dell’ingresso delle Dolomiti nel patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco, che per i Monti Pallidi è stato un grande riconoscimento, ma anche un monito, proprio per quello che era successo in quei cent’anni, con l’avvento del turismo automobilistico e le Dolomiti che sono diventate meta di un numero sempre maggiore di vacanzieri, con le conseguenze che ben conosciamo: perché se è vero che questo fenomeno ha in un certo senso evitato lo spopolamento delle nostre montagne, dall’altro ne ha decretato la cementificazione, ha reso necessaria la costruzione di nuove strade, nuovi impianti di risalita, alberghi sempre più grandi.
Ed è proprio per capire cosa è successo in questi cent’anni che Ferrari e Salsa si sono messi in cammino. Un viaggio in sei tappe e tante facce, perché il narratore e lo studioso hanno deciso di raccontare la montagna attraverso i suoi protagonisti ed è proprio questo che rende interessante la lettura della monografia in edicola da qualche giorno.
La prima tappa, da Trento a Trento, ha portato il direttore di Montagne e l’ex presidente del Cai ad incontrare Zeffirino Castellani, presidente delle Regole Spinale Manez ed alla scoperta di realtà antiche come la Magnifica Comunità di Fiemme, datata addirittura 1111. Più si sale in quota – scrivono – più aumenta il collettivismo. Perché altrimenti torna il bosco, addio pascoli – che d’inverno diventano piste da sci – addio mucche e addio formaggio, gli spiega Castellani. Le Regole Spinale Manez, la Magnifica e tutti gli organismi analoghi servono appunto per lo sfruttamento sostenibile delle risorse e l’equa spartizione dei profitti.
Da Zeffirino Castellani a Ferruccio Valentini il passo è abbastanza breve, perché Fèro è un raccoglitore di erbe selvatiche della Val di Non. Un sapiente, come lo definiscono Ferrari e Salsa, quasi uno sciamano. La sua è una delle dimensioni più estreme della vita di montagna: se vogliamo povera, perché Féro vive di quello che raccoglie nei boschi e nei prati, ma ricca di una sapienzialità purtroppo oggi banalizzata dalla cultura new age.
Seconda tappa, Trento - Feltre. Si transita dai canyon del Bletterbach al santuario di Pietralba, dove Ferrari e Salsa incontrano la dimensione spirituale della montagna, quella dell’apparizione taumaturgica. Angelo Iellici del rifugio Larezila, invece, con la spiritualità a poco a che fare. È il nuovo signore (o meglio, sior) della montagna: un tempo i suoi nonni dormivano nella stalla per lasciare i loro letti ai siori di passaggio, oggi invece la situazione si è quasi ribaltata.
La terza tappa porta i due viandanti da Feltre al Rifugio Padova, in Cadore. La storia da raccontare è quella del Parco delle Dolomiti Bellunesi, che poi è quella dell’eterno scontro tra chi vuole sfruttare la montagna e chi vuole tutelarla. Una disputa andata avanti dal 1975 al 1990, con l’istituzione di un parco nel quale abitano solo 80 persone. Longarone, Erto e Casso, con il turismo legato all’anniversario del Vajont, ma anche alla figura di Mauro Corona, con i suoi seguaci che lo aspettano sulla strada, in silenzio, come si aspettava Bartali. Non è il turismo di Cortina, «qui non nevica firmato», come dice Mauro, ma c’è chi ha mollato tutto per venire a viverci: come Alessandro Castiglioni e Fabiola Mereghetti, con le capre e il loro bell’esperimento di neoruralismo.
Quarta tappa, Rifugio Padova - Cortina. La media montagna dà una dimensione diversa alla vita del rifugista. È quella di Paolo De Lorenzo, che da 17 anni gestisce il Padova ed accoglie ospiti che amano un turismo soft, quello degli Schneewanderwege, che gli permettono appunto di avere turisti anche d’inverno, senza lo stress delle piste ed il caos degli impianti di risalita. Il Padova è la porta alle Dolomiti forse meno celebrate, quelle Friulane, valli ripide, solitarie, segrete e bellissime.
Quinta tappa, da Cortina ad Antermoia. Le Dolomiti, ovviamente, sono anche lo “struscio”, gli hotel dai prezzi esorbitanti e l’antennone per i telefonini di Cortina. E poi la Marmolada, campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale e terreno di scontro tra impiantisti e ambientalisti in epoche più recenti, prima della “pace” firmata nel marzo 2012 con Mountain Wilderness. Forse è un po’ banale e sbrigativo il capoverso riservato alla cultura ladina. Tra Ampezzo, Fodom, Val di Fassa, Val Gardena e Val Badia i personaggi e le storie di montagna non si contano. Ma Ferrari e Salsa si fanno subito perdonare con la sesta tappa, da Antermoia a Bolzano, grazie alla quale ci svelano un autentico angolo di paradiso, il maso della famiglia Erlacher, che sovrasta appunto Antermoia, a 1.600 metri di quota. Gli Erlacher vi allevano i cervi, che accorrono al richiamo del giovane Michael!
E i due viaggiatori giungono al maso mentre il carpentiere Luigi Unterweger è intento a rifare il tetto in scandole (tegole di legno di larice) del fienile. Sembra di sentirlo, il profumo del larice, leggendo le belle pagine di Montagne.
@mauridigiangiac
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