Trento. 41 anni dalla Legge 180. Cadeva ieri l'anniversario dall'approvazione, nel 1978, di quella norma che, promulgata dal medico veneziano Franco Basaglia, rendeva ufficiale una rivoluzione cominciata già negli anni '60, imponendo la chiusura dei manicomi. Una ricorrenza che è stata celebrata, presso il cinema Astra, con la proiezione del film “Questo non c'entra niente” di Marco Rauzi, e con un dibattito tra esperti, volto a scavarne luci ed ombre, tra il passato e la sua applicazione attuale. La 180, infatti, che prenderà il nome del suo stesso ideatore, diventando più nota a tutti come Legge Basaglia, faticherà, nei quattro decenni che separano la sua approvazione e il nostro tempo, a trovare una concreta e reale attuazione. Si pensi, uno su tutti, all'Ospedale Psichiatrico di Pergine, definitivamente chiuso solo nel 2002. Si pensi, più oltre, ai tanti casi di cronaca che ancora ci ricordano come le strutture manicomiali e i soprusi ai cosiddetti “matti” non hanno mai trovato fine. Ma in cosa consiste, allora, 41 anni dopo, il valore della rivoluzione basagliana? «Questa legge ha restituito la vita alle persone» - ha dichiarato Claudio Agostini, primario di Psichiatria a Cles, uno degli ospiti della tavola rotonda, mediata dal nostro direttore Paolo Mantovan - «non solo nel senso più basilare del termine, ovvero liberandole da una situazione di emarginazione e di confino, bensì anche in un senso più alto, di restituzione della soggettività». Basaglia, facendo propri gli insegnamenti di “comunità terapeutica” di matrice inglese, infatti, da un lato eliminò per i pazienti psichiatrici (aiutato anche dai nuovi farmaci) ogni forma di trattenimento fisico, dall'altro, restituì loro la dignità di non essere più equiparati a criminali (con tanto di fedina penale sporca) e la dignità di una vita “comune”. «A fare da cornice a questo cambiamento, un sentore di umanità che già pervadeva l'Italia, a partire da quell'articolo 32 della Costituzione, che recita “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”» - ha aggiunto Fabio Cembrani, direttore dell'Unità Operativa di Medicina Legale di Trento. «Un articolo, questo, fortemente sostenuto da un giovanissimo Aldo Moro» - ha ricordato ancora. E a proposito di leggi e norme, dopo un excursus storico tenuto sempre dal dottor Cembrani, sulle trasformazioni del concetto di “follia” nel tempo, è stato il giudice, già magistrato Carlo Ancona, ad arricchire il quadro, dimostrando come spesso la giurisprudenza sia artefice di discrepanze tra la 180 e la sua applicazione: «Non si contano neppure, le sentenze che accusano medici o, addirittura, operatori sanitari, per il concretizzarsi di rischi che non solo ci sono, ma ci devono essere, nel rapporto con la malattia mentale» - ha spiegato. Perché se è vero, e tutti e tre gli intervistati concordano, che la Legge Basaglia avrebbe ancora bisogno di una lunga serie di migliori adempimenti, è vero anche che, come ha voluto aggiungere Agostini, «non possiamo pensare di trovare soluzioni semplici ad un problema complesso. È un male del nostro tempo, questo» - ha specificato - «siamo ossessionati dalla sicurezza, e semplifichiamo la complessità di un individuo – perché Basaglia ci insegna che ogni malato mentale è prima di tutto una persona – o nell'esclusione, o, per contro, nella filosofia del “basta volersi tutti bene”. Il primario veneziano però ci diceva che la psichiatria è contraddizioni e che dobbiamo voler stare in queste contraddizioni». In definitiva, allora, ha concluso, «l'unica soluzione certa è non rinunciare mai a cercare l'uomo nel paziente».