TRENTO. Emigrano dalla Cina quasi esclusivamente per motivi di lavoro. La comunità cinese a Trento conta 1.069 censiti, secondo i dati elaborati dal Cinformi e riferiti a dicembre del 2010. Una presenza non massiccia che contribuisce comunque a far girare l’economia. «La loro presenza - spiega Serena Piovesan sociologa del Centro informativo per l’immigrazione - è fortemente legata all’occupazione, ma come numeri rappresentano solo l’11esima comunità straniera, dopo la Tunisia, il Pakistan, la Serbia-Montenegro». Il motivo è presto detto: i cinesi non trovano in Trentino quelle opportunità professionali che caratterizzano altre città italiane dove la loro presenza è ben più radicata, come Milano, Roma o Prato dove la comunità straniera si è insediata da anni, ruotando attorno al distretto del tessile. A livello nazionale, gli immigrati cinesi sono al quarto posto. «Per gli spostamenti, l’esistenza di reti etniche è fondamentale - prosegue la sociologa - quindi di parenti, amici che sono emigrati in Italia. La percentuale cresce di anno in anno, ma non a ritmi elevatissimi e non è rilevante perché la comunità non trova ad esempio sbocchi nel settore manifatturiero, ma quasi esclusivamente nella ristorazione.

Dei 1.069 (965 iscritti al sistema sanitario provinciale), il 53% sono uomini, quindi esiste una sostanziale parità con il sesso femminile. Il 40% è titolare della carta di soggiorno, ciò significa che vive sul territorio da parecchio tempo. I permessi di soggiorno validi al 31 dicembre del 2012 sono complessivamente 989, dei quali 619 chiesti per motivi di lavoro (pari al 62,6%), 265 chiesti per ricongiungimenti familiari (pari al 26,8%) e 105 per altri motivi.

I cinesi in Trentino svolgono prevalentemente un’attività autonoma di tipo imprenditoriale. I titolari di imprese trentine nati all’estero rappresentano il 3,2% del totale, (complessivamente 76, di cui sette impiegati nel manifatturiero, 12 nelle costruzioni, 41 nel commercio, 10 alberghi e ristoranti, 1 trasporti, 5 altro): il 54% si dedica al commercio, il 16% alle costruzioni, il 13% al settore alberghiero e della ristorazione, il 9,2% al manifatturiero, l’1,3% ai trasporti e il 6,6% ad altro. Il 55% dei titolari sono uomini. Le donne cinesi invece sono spesso diplomate, in patria non lavoravano ed ora, se lavorano sono titolari di un bar. Il sistema cinese è chiuso: le unità produttive sono di carattere familiare e l’accesso al credito rimane gestito al livello interfamiliare, attraverso una sorta di “gentlemen agreement”, in base al quale chi sceglie di trasferirsi in Italia, lo fa portando con sé un “gruzzoletto”, che gli è stato dato in prestito da parenti o amici e che l’emigrante si impegna a restituire, quando l’attività è avviata. «Le guanxi – spiega ancora Piovesan - indicano nella società cinese, un sistema di relazioni molto profonde. Accade spesso che la persona che ha chiesto il credito, prima di diventare professionalmente autonomo, lavori presso chi gli ha fatto il prestito o destini una parte dei proventi dell’attività a ripianare il debito».