TRENTO. «Se spararle grosse e raccontare palle pagasse davvero, se giocare con le paure della gente fosse vincente in termini elettorali, allora negli ultimi vent’anni il populismo avrebbe dovuto vincere anche qui. Invece il Trentino ha sempre respinto i venditori di fumo, perché i trentini non la bevono. Qui gli sfasciacarrozze non sono mai passati. E non credo passeranno neppure questa volta». Per la prima volta negli ultimi quindici anni Lorenzo Dellai assiste non da candidato alle elezioni provinciali. Il suo giudizio su questa campagna elettorale è tranchant: «Le discussioni sui contenuti, peraltro non moltissime, si sono alternate a escalation di polemiche litigiose, con affermazioni arroganti e retoriche. Che i trentini però rifiuteranno».

Perché ne è così sicuro?

Slogan e retorica sono parte del gioco elettorale, ma dal dibattito emerge comunque un elemento oggettivo. Da una parte, la coalizione di Rossi che dimostra di dare ampie garanzie di stabilità. Dall’altra, una serie di candidature che si configurano già tutte potenzialmente di opposizione. La gara è semplicemente su chi arriverà secondo.

Con però la speranza, anche esplicitata, di tenere il centrosinistra sotto al 40%, per non far scattare il premio di maggioranza.

È una speranza che andrà delusa. E sarebbe grave se non andasse così, perché si deve proseguire con le riforme di sistema, nel solco della coalizione che ha fin qui governato. Ma se ogni volta si dovesse andare in Consiglio provinciale come al mercato delle vacche, negoziando per strappare un voto di volta in volta, questo significherebbe minare la possibilità di assumere decisioni importanti.

Ha parlato di affermazioni arroganti. E di venditori di fumo. Ovviamente si riferisce a Mosna. E soprattutto a Grisenti. O no?

Mi colpisce molto che un candidato che dice di voler parlare a nome della società civile faccia la concorrenza a tutti quei partiti tradizionalmente più polemici. Mi lascia molto sorpreso questa tendenza leghistoide: è una deriva che poggia tra l’altro su posizioni del tutto infondate, ereditate dal peggio della polemica politica che ha caratterizzato il Consiglio in questi anni.

Ad esempio?

Le accuse sull’indebitamento. Lo sanno tutti che il Trentino è allo stesso livello dell’Alto Adige e tutti sanno che siamo le due realtà più virtuose a livello nazionale dal punto di vista finanziario. Non solo: negli ultimi due-tre anni abbiamo fatto tutto quello che serviva per predisporre le misure con cui fare fronte alla prevista diminuzione delle risorse. Ma ci sono anche altri esempi, come la polemica contro la politica, meritoria, di sostegno alle associazioni che si occupano del Sud del mondo.

D’Alema ha detto che il voto trentino avrà anche una valenza nazionale: è d’accordo?

Sono da sempre restio a considerare i voti di singoli territori come test di più ampio respiro. Noi poi siamo particolarmente disomogenei rispetto al quadro nazionale: abbiamo partiti che a Roma non ci sono, e viceversa. Piuttosto, credo si possa parlare di test da un altro punto di vista: per verificare se il Trentino, che da una ventina d’anni elabora modelli politici in totale autonomia, riuscirà a farlo anche in un periodo travagliato della politica nazionale come quello attuale. Un laboratorio oggi espresso dalla coalizione che sostiene Ugo Rossi.

Se il centrosinistra governerà anche per i prossimi 5 anni, quale sarà la priorità?

Senz’altro la sfida del lavoro e dello sviluppo. Gli imprenditori non sanno che farsene dei fuori d’artificio per catturare voti. Hanno bisogno della stabilità che fa proseguire le riforme. Noi abbiamo già predisposto gli atti per utilizzare i 500 milioni di euro di avanzo della Regione per avviare fondi di investimento a sostegno del capitale delle imprese. Fatti, non chiacchiere.

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