TRENTO. La scuola e l’università, soprattutto, da un secolo erano l’ascensore sociale per antonomasia. Adesso, con la crisi economica più lunga dal dopoguerra, l’ascensore si è fermato. O meglio ha rallentato. E sono bloccate anche le iscrizioni all’Università. Ormai da dieci anni, il numero dei trentini iscritti all’Università, anche fuori provincia, è in costante calo. Un calo più accentuato, negli ultimi cinque anni, è quello dei trentini che scelgono la ateneo di Trento. Calo, però, compensato dall’aumento degli studenti provenienti da fuori provincia, attirati dal buon livello dell’ateneo trentino. Resta il fatto che i trentini che scelgono Trento per studiare all’università sono passati da 7.708 a 5.870 in cinque anni, come si vede anche nella tabella sotto elaborata su dati dello stesso ateneo. Forse i trentini sono attirati dall’offerta di altri atenei, come dicono i dati Ispat, l’istituto di statistica provinciale. Infatti il totale degli studenti universitari residenti in Trentino è pari a 12.799, mentre cinque anni fa erano mille in più, 13.799 e dieci anni fa erano 14.755.

Meno della metà, ormai, studia a Trento, gli altri hanno scelto in gran parte il Veneto (sono 2.914), Emilia Romagna (l’hanno scelta in mille), la Lombardia (sono 931 i trentini che studiano nelle università lombarde) e anche la vicina Libera Università di Bolzano, scelta da 467 trentini. I dati Ispat, poi, non rilevano i trentini che sono andati all’università all’estero. Sono pochi, ma sempre di più. Tra chi va fuori provincia c’è soprattutto chi sceglie facoltà che a Trento non ci sono. In primis, i ragazzi trentini che frequentano medicina nelle varie facoltà in Italia sono 588, mentre gli aspiranti odontoiatri sono 32.

Comunque, al di là delle università scelte, resta il fatto che il rallentamento c’è tutto. Anche se nel resto d’Italia il calo degli universitari è maggiore. Basti pensare che il tasso dei laureati nella popolazione venticinquenni in Trentino è al 22,1%, mentre nel resto d’Italia è al 19,9%.

L’assessora provinciale all’Università e alla ricerca scientifica Sara Ferrari non nasconde che il problema c’è, ma spiega che la Provincia sta cercando di correre ai ripari sia in termini di un migliore orientamento che in termini di un sostegno economico alle famiglie che vogliono mandare i figli all’università: «Purtroppo il calo degli iscritti all’Università è una tendenza in atto ormai da qualche anno. Ormai sta passando l’idea che andare all’Università è inutile perché non aiuta a trovare lavoro. E’ questo è un grosso rischio per la competitività della comunità. Invece, da quello che possiamo vedere noi, la laurea ormai è come il diploma di quando eravamo giovani. Se ce l’hai, trovi lavoro con meno difficoltà. Per questo la Provincia ha deciso di investire sui propri cittadini che intendono studiare all’Università. Da una parte, partiamo con l’orientamento scolastico fin dalla terza media, orientamento che prosegue alle superiori. E d’altra parte investiamo sui piani di accumulo per chi mette soldi da parte per mandare i figli all’università».