TRENTO. E’ uno di quei filosofi che con la realtà “si sporca le mani quotidianamente”. Ha, sì, una produzione scientifica sterminata, che va da Heidegger a Jung fino a Jasper, dove psichiatria, psicologia, antropologia e psicoanalisi hanno un loro posto ben preciso, ma di certo non si chiude dentro l’Accademia, pur essendo ordinario alla Ca’ Foscari di Venezia dove insegna filosofia della storia. Umberto Galimberti sarà sabato 23 maggio a palazzo Geremia (ore 15 sala di rappresentanza) per il festival del nostro giornale, “Trentino.live”, dove dialogherà con il direttore Alberto Faustini di un tema che ha affrontato più e più volte e che, evidentemente, gli sta particolarmente a cuore.

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Probabilmente anche perché con i giovani, visto che di loro si tratterà e che a loro si rivolge dalla cattedra, ha un rapporto pressoché costante. Però, con un punto di domanda. Infatti, “Il futuro è dei giovani?”, è il quesito al quale cercherà di rispondere.

Lei si occupa da tempo, a più riprese, dei giovani. Perché?

Semplice, perché sono in una situazione spaventosa. Anche se, e va detto, il futuro è in mano a loro. Però, se li lasciamo in uno stato di disoccupazione generalizzata e di demotivazione, di cui loro sono senz’altro consapevoli, è chiaro che il futuro non è certamente prevedibile. Ma guardi bene, il futuro di tutti, mica solo il loro.

Mica incoraggiante.

E’ la realtà. Quando ero giovane io il futuro era una promessa. Mi sono laureato che era giugno e a ottobre ero in cattedra. Loro se la possono sognare una situazione del genere. Non c’è nulla da fare, quando il futuro non è prevedibile non retroagisce come motivazione. Insomma, il ragionamento che non può che prevalere è questo: “Cosa mi impegno a fare, cosa mi servono magari due lauree e quattro master se dopo tempo sono ancora lì che mando in giro curriculum ai quali manco mi rispondono?”

Qualche anno fa lei scrisse “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”. Eravamo alla vigilia della crisi ma già in quel saggio non era tanto incoraggiante nei confronti del mondo giovanile.

Eh sì, perché bisogna anche pensare che il mondo possa andare peggio di come va in un dato momento. Vede, la categoria cristiana della speranza è una grande illusione, anche un po’ fraudolenta. Sperare, augurarsi, auspicare, per me sono tutte parole della passività. E’ invece necessario fare, se no le cose non miglioreranno da sé.

E, quindi, per farcela, perché la situazione migliori, anche per i giovani?

Non mi chieda di avere speranze perché non ne ho. Quando avevo vent’anni incontrai Jasper a Basilea e sa cosa mi disse?

Certamente no.

“Caro ragazzo non pensare che l’umanità migliori sempre. Può anche regredire”.

Seguendo il suo ragionamento siamo quindi in una fase regressiva?

Molto regressiva. E tutto ciò è determinato anche dalla cultura. I giovani, oggi, sono deculturizzati. Non è un caso che l’Ocse certifichi che l’Italia è l’ultimo Paese in Europa per la comprensione di un testo scritto.

E di chi è la responsabilità?

Ma dei professori. Di chi se no? In molti salgono in cattedra che sembrano “anime morte”. I ragazzi vanno trascinati, ci vogliono docenti carismatici. E invece, c’è troppa inettitudine. Bisognerebbe poterli licenziare. E così, la cultura è sempre più degradata.