TRENTO. Come si chiama l’ex presidentissimo della Provincia di Trento? Lorenzo Frizzera. E il presidente di Confindustria? Paolo Conci. Poi c’è la nota conduttrice televisiva e modella Adriana Dallatorre, il presidente dell’associazione artigiani Roberto Fozzer, la responsabile della comunicazione delle cantine Ferrari, Camilla Bennazzoli, il sindaco di Trento Alessandro Cadonna e l’assessore provinciale all’università, ricerca e pari opportunità, Sara Poli.

Il trucco c’è e si vede: i nomi tornano, ma i cognomi non corrispondono a quelli che siamo normalmente abituati a leggere, sentire e pronunciare. Ma non sono sbagliati. Sono, infatti, i cognomi che i “nostri” Dellai, Mazzalai, Volpe, De Laurentis, Lunelli, Andreatta, Ferrari avrebbero se alla nascita i loro genitori avessero deciso di adottare quello della madre, anziché quello del padre. La differenza? Probabilmente nessuna. Le persone restano tali, con le loro qualità e peculiarità, a prescindere dal cognome. D’altronde come recita Giulietta dall’alto del suo balcone a Romeo nella famosa opera di Shakespeare: "Che significa Montecchi? Nulla, non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo".

La differenza, semmai, la fa sul piano dei diritti di scelta delle singole persone e per quanto riguarda le pari opportunità. E’ di martedì, infatti, la sentenza di condanna dell’Italia, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo tesa a sottolineare come il nostro Paese “debba adottare riforme legislative o di altra natura” per garantire il diritto della madre di trasmettere il suo cognome ai figli. «E’ l’ennesima riprova dell’arretratezza del nostro Paese in materia di pari opportunità – commenta l’assessore Sara Poli (Ferrari) – che è schiavo di una cultura patriarcale, senza contare che è la donna a mettere al mondo il figlio. Ricordo che quando ebbi il mio secondo figlio, 7 anni fa e andammo al Comune di Trento per iscriverlo all’anagrafe, fecero fare la dichiarazione non a me, ma a mio marito. Lui doveva dire che aveva avuto un figlio e lo aveva avuto con me. E io limitarmi a rispondere “si sono io la mamma”. Incredibile. Penso sia diritto di una madre trasmettere il suo cognome al proprio bambino quindi spero che il Governo italiano si adegui presto alle normative europee».

«Ben venga l’input della Corte di Strasburgo se ciò comporta uno snellimento delle nostre procedure e favorisce la libertà di scelta dell’individuo – aggiunge Paolo Conci (Mazzalai) – si va a smantellare quell'impalcatura di norme che vogliono la nostra società improntata su un asse patriarcale».

Più scettico si è mostrato il presidente degli artigiani Roberto Fozzer (De Laurentis) che dice: «Francamente non si sentiva la mancanza di questa sentenza. L’Europa è un po’ troppo abituata a dirci come dobbiamo comportarci».

E anche Lorenzo Frizzera (Dellai) spiega che «in una scala da 1 a 100 questo problema merita il punteggio di 0,5. Comunque se si volesse affrontare bisognerebbe pensare che il cognome è qualcosa che descrive l’identità di un nucleo familiare e metterne due potrebbe porre in discussione questo principio».

«I miei figli hanno già il doppio cognome – conclude invece una raggiante Camilla Bennazzoli (Lunelli) – il mio e quello di mio marito. L’uguaglianza tra i generi si misura anche da queste cose».

©RIPRODUZIONE RISERVATA