TRENTO. Gianluca Salvatori è il presidente di “Progetto Manifattura” che partendo dalla sede di Rovereto diventa un importante osservatorio della realtà occupazionale dei giovani neolaureati. Attualmente al Progetto Manifattura fanno riferimento 40 aziende di imprenditori, età media 34 anni, che occupano 150 dipendenti.
Salvatori, i neolaureati non trovano lavoro e in numero sempre maggiore vanno all'estero a lavorare. Ma in Italia non ci sono alternative?
Negli ultimi dieci anni il mercato del lavoro è stato stravolto a tal punto che non esistono più i naturali referenti dei laureati che erano la pubblica amministrazione e la grande industria. Non solo. L'industria sta subendo un'involuzione verso realtà sempre più piccole che nell'assunzione prediligono la logica del rapporto personale ed utilizzano comunque circuiti non formali, che escludono i vecchi rapporti.
Chi resta fuori da questa nuova realtà, cosa può fare?
L'alternativa si chiama auto imprenditorialità. Il lavoro non esiste? Allora me lo creo con una sorta di forzatura delle regole del mercato del lavoro.
Una ben diversa prospettiva, rispetto al concetto di lavoro dipendente.
Certo, ma se parliamo di neo imprenditori che hanno 34 anni di età media, vuol dire che la loro decisione arriva dopo un periodo d'esperienza nell'attuale mercato del lavoro.
D'accordo, ma oltre al coraggio ci vuole fantasia.
Si deve trasformare l'idea o la passione in business, ma per evitare rischi non bisogna affrontare da soli questa nuova esperienza. Chiamiamo “valle della morte” i primi dodici mesi dell'attività in proprio: quelli maggiormente a rischio. E non parliamo di liquidità, ma di preparazione e formazione.
Un neolaureato a chi si dovrebbe rivolgere?
Oltre a Progetto Manifattura, in Trentino ci sono altre cinque aziende, così dette incubatrici, che prima accolgono le domande, fanno selezione e poi seguono tutto il percorso iniziale.
Qualche numero?
Diciamo che su 100 domande, 40 vengono accolte e di queste un 15%, non esce dalla fase di trasformazione dell'idea in impresa.
Ma a questo punto vale la pena iperspecializzarsi, piuttosto che scegliere un percorso di studio più semplice e magari più competitivo nel mondo del lavoro?
La premessa è che più è specifica la specializzazione e maggiore dev'essere il raggio di ricerca del lavoro. In questo caso l'estero non è da considerarsi una costrizione, ma una naturale migrazione di cervelli.
E dopo la premessa?
Bisognerebbe esattamente invertire l'attuale concezione scuola-lavoro. Oggi l'inserimento occupazionale arriva dopo un lunghissimo percorso di studio e non si riesce mai ad essere al passo di una realtà in continua evoluzione. Uno studente frequenta un master o un corso di formazione e non trova lavoro nel breve termine? E' fuori gioco per chè la sua specificità è già superata dai tempi.
Quale dovrebbe essere il modello ?
Quello anglosassone in generale, ma proprio per la tradizione del Trentino, quello tedesco che è il primo al mondo. In Italia succede che un laureato ha tutte le specializzazioni possibili, ma non ha la minima idea di cosa voglia dire impresa.
In Germania cosa succede?
C'è un consolidato rapporto tra studio e lavoro. Il tirocinio aziendale è valorizzato, tanto che gli stage degli studenti vengono considerati come opportunità e non un peso come in Italia. Si studia e si cresce professionalmente e tra le due realtà c'è un contatto costante: in Italia non c'è nulla di tutto questo.
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