PHOTO
Trento. «Ti piace Renato Zero?». «No, è troppo strambo». Quella che all'apparenza sembra essere una risposta priva di significato a una domanda del tutto banale, diventa, nel film di Marco Rauzi, proiettato ieri sera all'Astra in occasione della ricorrenza dei 41 anni dall'approvazione della Legge 180 - anche nota come Legge Basaglia, dal nome del suo promulgatore -, ironica e sovversiva. A pronunciare queste parole è infatti uno dei protagonisti, paziente in cura presso il Servizio di Salute Mentale di Cles. Uno di quelli che, fino a non troppi anni fa (ma forse ancora oggi, nei discorsi più superficiali) sarebbe stato etichettato a sua volta come “strambo”, come “matto”. È quindi proprio nell'inversione della rotta, nella sovversione dello schema “normale” - “non normale”, che il giovane regista di Trento trova la sua potente chiave di lettura: è nella perdita di confine tra paziente e operatore, tra errore volontario ed errore involontario della messa in scena, che il documentario girato nel corso del laboratorio teatrale che impegna i degenti di Cles, si fa basagliano nel senso più puro e onesto del termine. Franco Basaglia, il primario veneziano che diede vita alla rivoluzione che aprì e smantellò i manicomi, e che fu per lungo tempo accusato d'aver negato l'esistenza della malattia mentale, aveva infatti come punto fermo della sua lotta, proprio l'idea che il “folle” non fosse null'altro che una persona, al pari di ogni altra. Una persona complessa e non un essere schematicamente etichettabile; una persona con intelligenza e lucidità, ma anche con delle fragilità. Aspetti che Rauzi, trovandosi forse talvolta immerso senza una bussola nella vita dei suoi “attori”, mette in luce con sensibilità. Coordinata dai registi Jacopo Laurino e Elena Galvani, presenti in sala, in compagnia di pazienti dei Centri di Salute Mentale, di alcuni psichiatri e di molti operatori sanitari impiegati nel settore, questa sgangherata compagnia teatrale cerca allora nella recitazione, prima ancora che un passatempo, un mezzo per essere. Tra abbandoni, rimproveri, responsabilizzazioni, i degenti di Cles sono, nel bene e nel male; si mettono in gioco, e giocando si ritrovano, perché – come afferma ad un certo punto un personaggio secondario del film - «forse non c'è miglior capitale umano per il teatro, dei “matti”». E forse, allora, non c'è miglior capitale umano dei “matti” neppure nel cinema, neppure nel pubblico: riconoscendosi, gli “attori” ridono, si commuovono, così come ridono e si commuovono tutti gli altri. È un piccolo vortice di umanità, quello in cui Rauzi immerge il suo spettatore. Un vortice dal quale si riemerge solo nelle interviste frontali più classiche, attraverso cui prova a conoscere meglio (forse però non abbastanza a fondo?) i suoi compagni di viaggio. K.D.E.
