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TRENTO. Intrappolato nei meandri dell'infernale macchina della giustizia italiana, da 14 anni il re degli spedizionieri trentini Carlo Curzel sembra il protagonista inconsapevole del celebre romanzo kafkiano. Di processi, Curzel e la sua Errek, ne hanno affrontati una miriade, ma ora sembra che la sua battaglia contro il gigante Chiquita (coinvolta insieme all'azienda trentina in una maxi frode sull'importazione di banane in Italia) sia arrivata all'atto finale. Nei giorni scorsi Equitalia ha recapitato a Curzel un bollettino di pagamento da far tremare i polsi: 974 mila euro. Per essere ben compresa la storia dell'affare Errek-Chiquita - emblematica di un sistema giudiziario che spesso getta i privati cittadini dentro un tritacarne di procedure assai poco ispirate al buon senso - deve essere raccontata dall'inizio, partendo da quel "maledetto" accordo con Chiquita del 1998. Curzel, perchè vi buttaste in quell'affare? Fummo contattati da Chiquita che ci proponeva di sdoganare ingenti partite di banane in Italia. Non dubitammo della serietà e solidità finanziaria della multinazionale e per giunta l'affare avrebbe messo in buona luce anche l'Agenzia delle dogane di Trento che con questo picco di operazioni avrebbe fatto bella figura con la sede centrale. Quali erano gli accordi? Noi dovevamo garantire lo sdoganamento di un certo numero di camion di banane al giorno. Durante il normale orario di lavoro applicavamo la consueta procedura, ma per non lasciare i camion fermi nelle altre ore ci accordammo verbalmente con la Dogana per applicare una procedura cosiddetta "agevolata". In che cosa consiste? Semplificando al massimo, si tratta di questo: anzichè far venire i camion in dogana per i controlli, i mezzi vengono fatti circolare liberamente, salvo il rispetto di tutte le procedure di comunicazione dei carichi che vengono comunque fatte da noi alla dogana. E' una procedura che si applica solo previo accordo con i funzionari doganali. Veniamo al cuore della vicenda giudiziaria, i certificati di importazione falsi. Voi siete accusati di una sorta di responsabilità oggettiva: non potevate non sapere... Ma è assurdo. Su 234 operazioni fatte per Chiquita, solo 51 (quelle con procedura agevolata) sono quelle che ci vengono contestate. E sa perché? Perché un funzionario della dogana di Trento (per il quale Curzel spende epiteti non ripetibili sul giornale, ndr) ha evidenziato nelle sue relazioni che tra noi e Chiquita ci sarebbe stato una sorta di accordo sottobanco per le operazioni agevolate, omettendo però un aspetto essenziale: e cioè che quella procedura era stata concordata con l'ufficio doganale di Trento e la guardia di finanza. Il problema della veridicità dei certificati, però, rimane: voi avete sdoganato sulla base di titoli falsi... Ma per noi era impossibile conoscere la falsità di quei titoli. Pensi che nemmeno l'amministrazione finanziaria che li ha rilasciati se ne era accorta. C'è voluta un'indagine dell'antifrode europea che ha obbligato l'amministrazione a ricontrollare i documenti. Solo allora, dopo tre anni, la falsità è venuta alla luce. E noi avremmo dovuto accorgercene da soli? E' ridicolo. Come procede l'iter giudiziario? Ci siamo difesi in commissione tributaria di primo e secondo grado e ne siamo sempre usciti vincitori. Poi, in Cassazione, succede quello che non ti aspetti: viene ribaltato il verdetto e sancito che - proprio sulla base di quella procedura agevolata - Errek non poteva non sapere. E vi condannano a pagare? Sì, 770 mila euro. Che ora sono diventati 1 milione. Ma la cosa ancora più assurda è un'altra... Quale? Che Chiquita sta già risarcendo il proprio debito con lo Stato, debito che comprende anche la quota parte a noi imputata. Ma ciononostante l'amministrazione finanziaria vuole lo stesso da noi i soldi sostenendo che se poi Chiquita la dovesse spuntare in Cassazione, almeno 1 milione è stato recuperato. Ma è un ragionamento senza senso, visto che se Chiquita vince in Cassazione significa che i certificati doganali sono veri e dunque cade anche il nostro coinvolgimento. Lei teme per la sopravvivenza della sua azienda? Certo, temo per i miei collaboratori e per mio figlio. Sono 50 anni che faccio questo lavoro e la scala non l'ho mai retta a nessuno. Da 14 anni a questa parte non mi occupo d'altro che del caso Chiquita. Voglio dimostrare che anche noi siamo stati raggirati e infangati. Voglio andare in pensione tranquillo.
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