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TRENTO. Eletta con zero voti, consigliera con zero presenze. Se si esclude il giorno della nomina, il 29 novembre scorso, quando si presentò a Povo con 40 minuti di ritardo, nessuno ha più visto in aula la giovane leghista Angelika Bortolameotti. La sua sedia è vuota da sei sedute e non può essere occupata da altri perché l'assenza viene di volta in volta giustificata. E il Carroccio non trova sostituti.
Un'impasse che fa discutere, in consiglio circoscrizionale (dove la ventisettenne di Vigolo Vattaro è praticamente sconosciuta), e anche fuori, dato che sono più di uno i consiglieri "rimasti a casa" pur avendo incassato una sessantina di preferenze, come Aldo Giongo dei Verdi e Carlo Nichelatti dei Socialisti. A Povo, che non è Montecitorio, i seggi dell'opposizione sono solo due: con la leghista latitante, a farsene carico è la sola Viviana Inchiostri, anziana signora che porta i colori del Pdl.
La maggioranza, 13 scranni suddivisi tra Upt (7) e Pd (6), ha buon gioco, troppo per alcuni che lamentano come un po' di dialettica tra parti contrapposte farebbe bene a tutti. Il "caso Bortolameotti" aveva già avuto un prologo tormentato: dei nove consiglieri del Carroccio in lista, per una serie di defezioni e incompatibilità, sembrava non essercene uno in grado di occupare quella benedetta sedia. Dario Granello si era dimesso perché in contrasto con il partito, Stefano Patton aveva dovuto dare forfait perché dipendente comunale, fuori causa anche Gianni Festini Brosa, primo dei non eletti con 1 voto incassato, che però nel frattempo era entrato nel consiglio del Centro storico-Piedicastello.
Depennato un nome dopo l'altro, si era arrivati a quello di Angelika Bortolameotti. Aveva preso zero voti (neppure il suo essendo residente sulla Vigolana), ma ne aveva diritto. «Mi sento un po' spaesata», aveva dichiarato al Trentino, confessando di non aspettarsi alcuna chiamata. Tuttavia sembrava pronta a fare la sua parte e, in perfetto stile bossiano, si era detta intenzionata ad esordire dando battaglia sul tema della sicurezza. Scortata in aula per il suo primo giorno tra i banchi dal segretario cittadino Vittorio Bridi, da sola non si era più presentata. Assenza giustificata il 31 gennaio, poi tre ingiustificate il 28 febbraio, il 4 e il 18 aprile.
Il vicepresidente, Stefano Bombace (Pd), aveva sollevato il problema in aula: «Le opposizioni sono una ricchezza ed è grave per una democrazia, sia pure in un piccolo contesto, non avere la loro funzione di stimolo», spiega oggi, ribadendo i dubbi sull'elezione a Povo di una ragazza residente altrove e sottolineando come «forze politiche con 300 preferenze, come i socialisti, fossero rimasti senza rappresentanza».
Tre assenze senza motivo bastano per attivare la procedura di decadenza. Prima che partisse la lettera però, le giustificazioni di Bortolameotti erano arrivate e questo è bastato, per regolamento, a mantenerla (seppur virtualmente) in consiglio. Per le 2 sedute successive la leghista si è premurata di mandare la comunicazione in anticipo. «Ora la palla dovrebbe passare a Palazzo Thun, perché intervenga sulle regole del gioco», dice Bombace.
La presidente Paola Moser concorda: «Sappiamo tutti che andrebbe cambiata la normativa». L'interessata dice di avere avuto problemi di salute, di aver pensato alle dimissioni ma di essere stata trattenuta perché non ci sarebbero sostituti papabili. «Dopo di lei ci sono altri due candidati, ma vorremmo che Angelika restasse: è una ragazza che vale», dice Bridi. «E' una neofita e forse c'è qualche esitazione a gettarsi nella mischia. Mi impegno ad andare a prenderla e ad accompagnarla io in aula».
Un'impasse che fa discutere, in consiglio circoscrizionale (dove la ventisettenne di Vigolo Vattaro è praticamente sconosciuta), e anche fuori, dato che sono più di uno i consiglieri "rimasti a casa" pur avendo incassato una sessantina di preferenze, come Aldo Giongo dei Verdi e Carlo Nichelatti dei Socialisti. A Povo, che non è Montecitorio, i seggi dell'opposizione sono solo due: con la leghista latitante, a farsene carico è la sola Viviana Inchiostri, anziana signora che porta i colori del Pdl.
La maggioranza, 13 scranni suddivisi tra Upt (7) e Pd (6), ha buon gioco, troppo per alcuni che lamentano come un po' di dialettica tra parti contrapposte farebbe bene a tutti. Il "caso Bortolameotti" aveva già avuto un prologo tormentato: dei nove consiglieri del Carroccio in lista, per una serie di defezioni e incompatibilità, sembrava non essercene uno in grado di occupare quella benedetta sedia. Dario Granello si era dimesso perché in contrasto con il partito, Stefano Patton aveva dovuto dare forfait perché dipendente comunale, fuori causa anche Gianni Festini Brosa, primo dei non eletti con 1 voto incassato, che però nel frattempo era entrato nel consiglio del Centro storico-Piedicastello.
Depennato un nome dopo l'altro, si era arrivati a quello di Angelika Bortolameotti. Aveva preso zero voti (neppure il suo essendo residente sulla Vigolana), ma ne aveva diritto. «Mi sento un po' spaesata», aveva dichiarato al Trentino, confessando di non aspettarsi alcuna chiamata. Tuttavia sembrava pronta a fare la sua parte e, in perfetto stile bossiano, si era detta intenzionata ad esordire dando battaglia sul tema della sicurezza. Scortata in aula per il suo primo giorno tra i banchi dal segretario cittadino Vittorio Bridi, da sola non si era più presentata. Assenza giustificata il 31 gennaio, poi tre ingiustificate il 28 febbraio, il 4 e il 18 aprile.
Il vicepresidente, Stefano Bombace (Pd), aveva sollevato il problema in aula: «Le opposizioni sono una ricchezza ed è grave per una democrazia, sia pure in un piccolo contesto, non avere la loro funzione di stimolo», spiega oggi, ribadendo i dubbi sull'elezione a Povo di una ragazza residente altrove e sottolineando come «forze politiche con 300 preferenze, come i socialisti, fossero rimasti senza rappresentanza».
Tre assenze senza motivo bastano per attivare la procedura di decadenza. Prima che partisse la lettera però, le giustificazioni di Bortolameotti erano arrivate e questo è bastato, per regolamento, a mantenerla (seppur virtualmente) in consiglio. Per le 2 sedute successive la leghista si è premurata di mandare la comunicazione in anticipo. «Ora la palla dovrebbe passare a Palazzo Thun, perché intervenga sulle regole del gioco», dice Bombace.
La presidente Paola Moser concorda: «Sappiamo tutti che andrebbe cambiata la normativa». L'interessata dice di avere avuto problemi di salute, di aver pensato alle dimissioni ma di essere stata trattenuta perché non ci sarebbero sostituti papabili. «Dopo di lei ci sono altri due candidati, ma vorremmo che Angelika restasse: è una ragazza che vale», dice Bridi. «E' una neofita e forse c'è qualche esitazione a gettarsi nella mischia. Mi impegno ad andare a prenderla e ad accompagnarla io in aula».
