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di Paolo Morando
Un blog serissimo, si autodefinisce, ma che fa sbellicare. Per chi naviga in rete, Spinoza.it è ormai una certezza. E per chi alla carta non può fare a meno, pure: grazie al suo successo è ormai diventato anche un “brand” di più libri. Formidabile contenitore di battute irriverenti, ma anche seminale fenomeno di web community, i suoi artefici sono Alessandro Bonino, cuneese, 42 anni, e Stefano Andreoli, cesenate di 37. Quest’ultimo è stato ospite a Trento nell’aula Kessler della facoltà di Sociologia, protagonista di “Spinoza.it. Una risata vi acculturerà”. L’incontro, a ingresso libero, è stato promosso dall’associazione studentesca UniTin, lo ha introdotto la professoressa Alice Bonandini, docente del Dipartimento di Lettere e Filosofia.
Andreoli, quando nasce Spinoza.it? E chi lo anima?
La genesi di Spinoza è fatta di tre passaggi, ben distinti tra loro. Per prima cosa nasce il blog, nel 2005: lo ha aperto Alessandro Bonino, per simpatia verso il filosofo, e ha invitato alcuni amici a scriverci, tra cui il sottoscritto. All’inizio lo usavamo come contenitore di cose trovate in giro per la rete come foto, citazioni e brevi aneddoti, visto che di social network non si era ancora sentito parlare e lo stesso concetto di “condivisione” era qualcosa di totalmente astratto. Per qualche anno è passato inosservato, poi tra il 2007 e il 2008 sono successe un po’ di cose: la caduta dell’ultimo governo Prodi, la nascita del Partito democratico e il successivo ritorno a Palazzo Chigi di Berlusconi. La politica tornò in primissimo piano e, per gioco, cominciammo a pubblicare brevi battute sulle notizie di giornata, che ebbero subito un buon successo. In breve tempo arrivò la terza fase, quella decisiva: i lettori del sito cominciarono a inviare a loro volta battute, nei commenti e via mail, e spesso si trattava di battute migliori di quelle che noi stessi riuscivamo a escogitare. Tengo a precisare che non avevamo richiesto né incoraggiato questi contributi: successe e basta, come se ci fosse una specie di energia latente, una voglia di fare umorismo - spesso scorretto - sull’attualità, che aspettava solamente di essere incanalata. Sarebbe stato un peccato sprecare tutto quell’ottimo materiale, così cominciammo a pubblicare i contributi esterni. Era nata la community di Spinoza.
Come funzionano il forum-community e il lavoro di scrematura delle battute? E quante ne ricevete ogni giorno?
Il forum di Spinoza funziona esattamente come otto anni fa, quando abbiamo deciso di aprirlo per organizzare il flusso di battute inviate dagli utenti: il fulcro è la sezione “Laboratorio”, in cui si possono postare le proprie battute. Ogni notizia ha una sua pagina dedicata, che chiunque può aprire. Nei giorni più “caldi”, oggi come allora, i contributi superano tranquillamente il migliaio: alla morte di Giulio Andreotti ne arrivarono più di tremila in poche ore, così come dopo l’elezione di Papa Francesco e gli attentati di Parigi. Il tema più commentato in assoluto è il processo Ruby, che ha dato origine a non meno di 10 mila battute: più di quante ne contengano i quattro libri-raccolta di Spinoza usciti in questi anni. Poi c’è uno staff ristretto, formato dagli utenti storici del sito, che ha il delicato compito di individuare le battute più riuscite e candidarle alla pubblicazione. Siamo molto attenti alla forma: spesso le idee vengono rielaborate da diversi utenti per trovare la forma migliore. Non di rado è capitato di discutere per ore su una singola virgola.
Esistono regole per la battuta perfetta?
Ne conosco una sola: una buona battuta deve far ridere. Il resto - impegno, messaggi, sottotesti - viene dopo. Bisogna far ridere. Ed essere originali, ovviamente.
Hater, fake news, post verità: quanto è cambiato il web da quando avete iniziato?
È una domanda la cui risposta esaustiva richiederebbe un libro intero, e forse lo scriveremo. Ovviamente, tantissimo. La strada del sarcasmo ormai è talmente inflazionata da avere un impatto quasi irrisorio, anche le battute migliori non sopravvivono più di pochi minuti. Cerchiamo di non contribuire a questa saturazione di umorismo pubblicando pochissimo, una volta al giorno può bastare, e spostandoci su altri terreni: ormai da qualche anno è nata la pagina Colorz by Spinoza.it, la nostra succursale grafica.
Domanda obbligata: la satira deve avere dei limiti?
Faccio una premessa. La parola “satira” è stata usata talmente a sproposito negli ultimi anni che vorrei non sentirla pronunciare più: ormai è un calderone nel quale, per convenienze varie, è stato infilato tutto, fino ad arrivare all’abusata definizione di “satira di costume”, buona per battute sul maltempo e sulle suocere, svuotando del suo significato un’arte nobilissima e difficile. Tante volte, poi, ci si nasconde dietro il paravento della satira per giustificare contenuti disturbanti, gratuitamente blasfemi o provocatori. Ma il fatto che la satira debba per forza essere disturbante, cosa di cui sono convinto, non significa che qualsiasi cosa disturbante possa essere automaticamente etichettata come satira: troppo comodo. Vorrei che tornassimo a usare le parole umorismo, comicità e cabaret senza vergognarcene, e che restituissimo un po’ di dignità al termine satira. Lo stesso Spinoza pubblica, in buona parte, battute di pura comicità: il guizzo satirico è qualcosa di raro, alla risata si deve aggiungere un punto di vista, uno scossone, una visione critica. Detto questo, rispondo alla domanda iniziale: no.
La satira sul web, specie via Facebook, è ormai diffusissima: penso a Socialisti Gaudenti, Gli Eurocrati, Una foto diversa della Prima Repubblica, Hipster Democratici e altri ancora. E naturalmente Lercio. Come li giudichi?
Lercio è ormai un’istituzione, per pubblico e risonanza: spesso facciamo spettacoli insieme, “sfidandoci” in maniera giocosa, e si ride parecchio, a testimonianza che i contenuti davvero validi - e la qualità media di Lercio è veramente alta - possono far ridere anche in contesti diversi dalla rete. Tra le pagine citate molte hanno intrapreso la strada della community, che gli anni hanno dimostrato essere vincente: spesso ci trovo dentro cose molto divertenti, anche se è veramente difficile seguire tutto. Sono felice che Spinoza sia nato in un periodo meno affollato e abbia, in un certo senso, fatto da apripista a tante belle realtà. Ma mi sento un po’ in colpa, perché ha fatto da apripista anche a quelle brutte.
Era più facile fare satira ieri, ai tempi del picco del berlusconismo, oppure oggi con l’avvento dell’“uno vale uno”?
Fare battute in sé è facile. Riuscire a trasmettere un messaggio divertente, non banale e con un minimo di spessore, è invece molto difficile, oggi come dieci o vent’anni fa. Certo la presenza di Berlusconi era comoda per molti: era il nemico, il cattivo, il “villain” per antonomasia. Si temeva che la satira non sarebbe sopravvissuta al suo declino, invece gli spunti si sono moltiplicati, e in più direzioni. Certo, per saper cogliere questi spunti è necessario tenersi informati: è molto più facile scherzare sul bunga bunga che sul bail-in.
Sei anche autore televisivo: come ci si trova a passare da Spinoza.it alle logiche della tv?
Bisogna sapersi adattare al contesto, certo, ma questo vale per qualsiasi lavoro. Ogni programma televisivo è diverso, cambia il pubblico e cambia il linguaggio, e adeguarsi agli artisti e al pubblico è un grande esercizio di apertura mentale, specie nel campo dell’intrattenimento. Quando scrivi uno sketch per un comico, o anche una semplice battuta, in un certo senso diventi quel comico: ne assumi le movenze, sperimenti le battute, cerchi di immaginare come le pronuncerà, di adattare la forma al suo linguaggio e alla sua cifra artistica. È un contesto molto stimolante, e sono contento che molti autori passati per Spinoza, oltre al sottoscritto, stiano trovando la loro strada nel mondo dello spettacolo.
Ti sei mai dovuto autocensurare? Oppure: ti hanno mai censurato?
Ho la fortuna di condurre una trasmissione radio, ogni mattina da lunedì a venerdì su Radio Monte Carlo alle 7, in cui insieme ai miei colleghi posso commentare l’attualità dando libero sfogo all’improvvisazione. Certo, a volte devi morderti la lingua, perché hai in canna la battuta perfetta e magari è troppo macabra, oppure troppo volgare, insomma semplicemente “troppo” per il contesto in cui ti trovi. Non la chiamerei proprio censura: diciamo istinto di sopravvivenza, lo stesso che ti fa dire alla tua fidanzata «Quel vestito ti sta benissimo» anche quando non è vero. Nella vita appartengo al partito di quelli che preferiscono perdere un amico piuttosto che una buona battuta. Sarà per questo che mi sono rimasti pochissimi amici.
Ti è mai capitato di essere contattato da un politico che aveva da ridire su una battuta di Spinoza.it?
Certamente no. Un politico ha solo da perdere, se mostra di essersi offeso per una battuta. Ci è capitato di ricevere minacce di querela, per battute particolarmente forti su fatti tragici. Ma nessuna di queste avvisaglie ha poi avuto seguito. E un po’ ci dispiace.
La battuta di cui sei più orgoglioso?
Le battute sono come figli, non posso fare preferenze. Tra le tantissime vorrei citarne una sempreverde. La scrissi per le elezioni politiche del 2013, ma resterà buona per qualsiasi consultazione elettorale, da qui all’eternità: «Scrutinate le schede degli italiani all’estero. Al primo posto “Cazzi vostri”».
E quella di cui lo sei meno?
In generale, se una battuta non mi fa ridere non la pubblico: se facessero tutti così, forse la rete sarebbe un po’ meno satura di “meme” e freddure rimasticate prodotte in serie. Ammetto tuttavia che provo un po’ di sana invidia quando a qualcun altro viene una battuta migliore della mia, e spesso succede. Poi vado a rigargli la macchina e mi calmo.
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