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ROVERETO. Chi studia gli elementi che nella popolazione hanno contribuito a radicare il concetto di Stato ha pochi dubbi nell’inserire nell’elenco (breve) alcuni servizi tradizionali, nati quando le distanze erano misurate con l’ottica del pedone e non con quella della velocità della luce delle fibre ottiche. E un parente che si trasferiva a Trento era più lontano di quello che oggi dovesse emigrare in Inghilterra. Assieme alla ferrovia e, ma più tardi, alla rete telefonica nazionale, la Posta è sicuramente uno di questi elementi di formazione popolare del concetto di Stato. Curiosamente ma nemmeno troppo, in un’epoca in cui qualsiasi riferimento collettivo sembra destinato fatalmente a sparire per lasciare ognuno nello sgomento della propria solitaria inutilità, tutti servizi che negli ultimi anni hanno declinato più o meno vistosamente al proprio ruolo iconografico. Ovviamente non per cattiveria. Le stazioni minori della rete ferroviaria sono ruderi abbandonati da quando la motorizzazione di massa ha ridotto l’utenza al lumicino e, soprattutto, la privatizzazione ha rivisto in ottica economica (costi e benefici) i servizi prima statali. Le cabine telefoniche non sono sopravvissute all’epoca dei cellulari ed oggi sono praticamente estinte. La Posta si avvia, sia pure molto più lentamente, sulla stessa china, compressa com’è dalla prepotente avanzata della posta elettronica.
A Rovereto il segno di questo nuovo che avanza si è fatto visibile nei giorni scorsi. Con la «razionalizzazione» del sistema di raccolta della corrispondenza. Che da sempre ha l’immagine di quelle cassette in metallo rosso elemento fisso del paesaggio urbano nazionale.
Il piano che la Posta sta attuando prevede ne siano soppresse 6 su 39 che erano. Cinque delle cassette «condannate» sono già state levate. In alcuni casi, quasi «divelte» da pareti che erano cambiate (ristrutturazioni, intonacature, tinteggiature) attorno a loro. Hanno resistito intoccabili e quasi sacre, come una caserma dei carabinieri, ai cambiamenti della città. Ora cedono alla rivoluzione della comunicazione. In via Brione 23, al numero 1 di via Baratieri, in via Zotti 5, il Largo Santa Caterina e al civico 6 di via Panizza, a Lizzana, è inutile cercarle: non ci sono già più. Nel piazzale della Campana dei Caduti, sul colle di Miravalle, resiste ancora, in condizioni che denunciano tutta la sua vetustà. Ma è questione di giorni, nell’elenco delle cassette da togliere c’è anche quella.
«L’impostazione del servizio - spiega per Poste Italiane Ettore Zuccolotto - costringe ad effettuare almeno un controllo al giorno di ogni cassetta della posta in funzione, entro mezzogiorno. Le cassette che abbiamo soppresso sono risultate poco utilizzate, nell’ordine di una o due missive raccolte in media per ogni settimana, o si trovano nelle vicinanze di un’altra cassetta. Per esempio, la cassetta di Largo Santa Caterina era a 100 metri dalla Posta centrale, con le sue cassette. Ne restano comunque 33 a Rovereto, più che sufficienti per garantire la copertura di tutto il territorio ed un servizio efficiente ai cittadini».
Insomma, più un riposizionamento che una vera e propria ritirata, secondo Poste Italiane. Anche se la strada pare segnata. Lettere e cartoline sono ormai strumenti di comunicazione desueti. A domicilio di tutti arrivano soprattutto missive commerciali (banche, aziende) e pubblicità: tutta «posta» che non passa per la raccolta stradale. Alla fine rischiamo di accorgerci che le cassette sono sparite più per l’impatto sul paesaggio che perché ne sentiamo veramente l’esigenza.
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