TRENTO. «Dobbiamo prendere atto che il Pd ha perso la partita più importante, una partita che doveva stravincere, e oggi per recuperare credibilità dobbiamo dare un segnale chiaro di cambiamento. Prima dentro di noi per poterlo fare poi per il Trentino». Luca Zeni, capogruppo provinciale, domenica in assemblea aveva detto no ad Alessandro Olivi coordinatore del partito e no a Olivi capolista, chiedendo di cambiare subito la linea politica. Ventiquattr’ore dopo la commissione elettorale ha deciso per Olivi capolista e Zeni non risparmia un affondo nei confronti del candidato alle primarie: «C’è chi cerca garanzie personali, io non ne ho mai chieste».

Zeni, quindi il capolista è deciso. Che dice?

Non dobbiamo enfatizzare troppo questo ruolo, tante volte si va in ordine alfabetico. Non è quello che cambia.

Ma politicamente?

Certo, è un segnale politico. Ho detto e ripeto che certe forzature lasciano increduli. Da che mondo è mondo il capolista si decide dopo che si ha una lista e non prima, dopodiché facciano quello che vogliono. C’è chi è più interessato a ruoli personali che possono garantire posizioni e chi cerca di lavorare per il Trentino.

Quando parla di chi cerca posizioni personali si riferisce a Olivi?

Beh, è lui che si è autocandidato per fare il capolista. Io quel ruolo non lo rivendico, lo ho già rifiutato quando me l’hanno proposto nel pieno delle trattative sul candidato unico.

Non crede che per gli elettori Pd sia un problema avvertire questa sfiducia tra dirigenti dello stesso partito?

C’è chi è preoccupato delle proprie garanzie personali, io non ne ho mai chieste. La storia degli ultimi mesi dimostra che il sottoscritto può parlare dalla posizione di chi, per il bene del partito, ha fatto tutti i passi indietro possibili, per senso di responsabilità e per non penalizzare il candidato indicato dal partito. Oggi viene giustificata la sconfitta dicendo che è colpa di tutti. Io credo che il senso di responsabilità oggi non è non litigare per dimostrare un finto unanimismo, ma affrontare i nodi politici sul futuro del Trentino.

Lei ha dato dei giudizi pesanti sui dirigenti Pd, incollati alle poltrone. Il segretario ha confermato le sue dimissioni irrevocabili. Si aspetta che lo stesso passo lo faccia il presidente Pinter?

Qui non si tratta di singole persone, Nicoletti è una persona che stimo. Non è questione di chiedere la testa di Tizio o Caio. Qui abbiamo subito la più grave sconfitta del Pd e di fronte a questo risultato anche la base ci chiede dei segnali di cambiamento. A me pare che il vero responsabile della campagna elettorale è stato Pinter e quindi è chiaro che la valutazione sul gruppo dirigente va fatta insieme, parlare solo di Nicoletti non sarebbe corretto.

Non avete trovato un accordo in due settimane. Cosa dovrebbe cambiare nei prossimi giorni?

La richiesta forte è di chiudere in fretta. La palla è ancora una volta in mano a Pinter che decide quando convocare l’assemblea. Mi preoccupa che si dica che verrà convocata solo dopo un’intesa, non funziona così. Se si convoca, l’accordo si trova. Il passaggio delle dimissioni di Nicoletti oggi ci costringe a farlo. L’importante è che non sia un compromesso al ribasso con una spartizione di ruoli per garantire tutti ma la volontà di dare il segnale che si cerca di recuperare la credibilità che in parte si è persa.

Nome secco o terna?

Troviamo dei nomi validi. Uno farà il segretario, uno il presidente, uno che tiene i rapporti con i circoli, ma è più facile che si ragioni su una pluralità di ruoli.

Lei ha detto che bisogna cambiare linea politica. Chi la decide senza un congresso?

La mia logica è che se ti schianti sugli scogli, cerchi di raddrizzare la rotta. Politicamente, prendi atto del messaggio che i cittadini ci hanno mandato alle primarie.

Nessuno ha la riprova che con Zeni il Pd avrebbe vinto, o no?

Abbiamo perso, i cittadini hanno bocciato una strada e sono gli eventi a determinare l’evoluzione. Oggi Renzi corre, se lo lasciano, per la segreteria del Pd e Bersani no. Io non ho mai ambito a ruoli per il sottoscritto. Purtroppo l’immagine del Pd trentino è quella di un partito apparato come quello di Roma.

La sua proposta di un congresso adesso era una provocazione?

Mezza provocazione. Di fronte a uno stallo meglio dare la parola ai cittadini. Ma io spero che un accordo si trovi.

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