TRENTO. «Invito Selvaggia Lucarelli a venire nei nostri boschi a tagliare la legna, a viverci sulle montagne. Dopo e solo dopo possiamo parlare insieme di orsi e di gestione della fauna alpina». Ad invitare la nota giornalista ed influencer ad approfondire sul campo la "questione grandi carnivori in Trentino" è Franco Giacomoni, ex presidente della Sat (Società alpinisti tridentini). Lucarelli in un post aveva scritto: «Mi domando che diritto abbiamo noi di uccidere un animale che non si introduce in casa nostra, ma un animale che vive in un bosco nel quale noi ci avventuriamo».

«Le esternazioni di chi non sa fanno solo ridere» commenta l’ex presidente della Sat.

Giacomoni, se domani le sottoponessero il documento di Life Ursus (il piano di reintroduzione dell'orso) e le dicessero "firma qui", lei lo firmerebbe?

«Sì, ma con delle garanzie. La reintroduzione doveva essere controllata. E invece il controllo è stato perso».

La via è un piano di sterilizzazione?

«Non voglio sostituirmi a tecnici, ai veri esperti di fauna selvatica. Credo che le soluzioni esistano per una gestione razionale».

L’orso che ha ucciso Andrea Papi deve essere abbattuto?

«Quando si manifesta la pericolosità è difficile trovare altre vie».

E dei 110 orsi o più che abbiamo qui sulle nostre montagne cosa possiamo fare? Li trasferiamo altrove?

«Devono decidere gli esperti ma mi pare molto improbabile riuscire a trasferirli tutti. La parte che teniamo vediamo di tenerla monitorata ed evitiamo il sovrappopolamento. Gli animali problematici o li spostiamo o li eliminiamo».

Ci sono animalisti che dicono: «Il bosco è dell’orso, non dell’uomo. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza».

«Una cosa è rispettare gli animali selvatici e una cosa è dire che il bosco è di tutti mettendoci tutti sullo stesso piano. La realtà è che le nostre montagne sono molto antropizzate. L’uomo è ovunque e, se vogliamo dirla tutta, la montagna è fruibile grazie alla mano dell’uomo».

Si continuerà ad andare in montagna. Ma come? Con la pistola scacciacani, con lo spray al peperoncino o con un campanello attaccato alla caviglia per farci sentire dagli orsi? Come?

«Non lo so. Anche qui vorrei lasciare la parola a chi sa. Di sicuro si deve lavorare sull’informazione e sulla formazione di chi vuole frequentare la montagna. Abbiamo assistitilo ad un boom di presenze nei nostri boschi e ho spesso l’impressione che gli escursionisti non abbiano la minima idea di dove stanno andando. Arrivano in quota poco attrezzati. Non voglio essere quello che fa le battute su chi si presenta in infradito. Dico che alle volte basterebbe uno scarpone e magari le racchette per camminare in sicurezza. Con l’orso il ragionamento è simile».

Ci spieghi meglio.

«Bisognerebbe far capire alle persone che, se ci sono le cucciolate, in certe zone semplicemente non ci si dovrebbe andare . Se poi nei boschi, in certe condizioni, ci vai col cane libero, senza guinzaglio, è un po’ come “tirarsela addosso”. Noi trentini siamo gente di montagna. Dobbiamo continuare a fare attenzione, a fare formazione se vogliamo evitare disgrazie».

Tornando ai metodi di gestione, hanno ragione i trentini che abitano nelle valli, nelle zone di montagna, che da decenni lanciano l’allarme orso?

«Sì. La montagna - e non parlo di quella del turismo ma di quella della fatica - rischia di smorzarsi, di spopolarsi, a causa della denatalità e adesso a anche a causa della paura. Nelle nostre valli ci sono popolazioni che dobbiamo conservare, per il bene della gente e anche per il bene del territorio. Una montagna abbandonata a se stessa non va bene».