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TRENTO. Occupazione femminile e lavoro di qualità. Sono le due sfide che attendono Agenzia del lavoro. «Se il 2012 in Trentino è stato l’anno dello shock, con un balzo di 5 mila disoccupati in più che ha spiazzato la Provincia, nel 2013 la situazione si è consolidata e gli ultimi mesi - spiega la direttrice dell’Agenzia Antonella Chiusole - offrono qualche segnale di ripresa».
Dottoressa Chiusole, che anno è stato il 2013 per il lavoro e con quali prospettive si chiude?
Nel 2012 abbiamo avuto uno shock molto forte dai dati del primo trimestre: la disoccupazione era aumentata di 2 punti, 5 mila persone in più che non sapevamo da dove venissero, e un contemporaneo calo dell’occupazione di due punti. Nel 2013 la situazione si è consolidata, la disoccupazione si è mantenuta sul 6% e l’occupazione ha tenuto. In questi ultimi mesi assistiamo a una ripresa del settore manifatturiero, mentre continua a preoccupare l’edilizia la cui crisi è strutturale, e si è un po’ ridotto il terziario.
Questi segnali che effetti stanno producendo sull’occupazione?
C’è una ripresa dell’occupazione maschile, mentre l’occupazione femminile, che ha fin qui tenuto, ora sta perdendo terreno e siamo sotto il 60% con un tasso di disoccupazione sopra il 7%.
Come si spiega?
In due modi. L’occupazione femminile ha tenuto nel periodo di crisi perché abbiamo avuto un aumento del tasso di attività: le donne hanno ricominciato a cercare un impiego, soprattutto le cinquantenni, a causa della perdita del lavoro dei mariti o per via di una situazione di precarietà della famiglia che ha imposto loro di rimettersi in gioco. D’altra parte nel 2012 il terziario ha retto, mentre oggi dà invece segnali di sofferenza, soprattutto il commercio, settori di lavoro tipicamente femminile. Le donne che vengono assunte sono soprattutto cinquantenni o ultracinquantenni su profili bassi.
Questo dei lavori di basso profilo è un trend che riguarda solo le donne o più generale?
No, il 2013 ci dice che l’occupazione che sta riprendendo è un’occupazione piuttosto di basso livello: si stanno riassumendo persone che erano state licenziate. Per il 2014 dovremo puntare ad aumentare sì i posti di lavoro, ma anche ad aumentare l’occupazione di qualità, creando nuovi posti di livello medio-alto.
Come si può incentivare, il lavoro di qualità?
In due modi: da un lato aumentando la professionalità dei lavoratori con la formazione, perché lavoratori più preparati lavoreranno meglio; dall’altro, e con la riforma degli incentivi la Provincia ha cominciato a farlo, sostenendo le imprese che innovano sui prodotti e sui processi. Se migliora l’organizzazione del lavoro, insieme all’offerta dei servizi, l’occupazione femminile aumenterebbe tantissimo. Infine, checché se ne dica, gli indicatori confermano che più è alto il livello di istruzione più è alta la probabilità di trovare un lavoro e di tenerselo.
Questo ci porta a parlare anche di giovani, un’altra fascia dove la mancanza di lavoro si fa particolarmente sentire. Come siamo messi?
Anche qui, nel 2012 abbiamo avuto lo shock con tassi di disoccupazione davvero alti, mentre nel 2013 ci assestiamo poco sopra il 17%, un tasso non lontanissimo dalla Danimarca e tra i più bassi d’Italia. Ma il problema è il basso tasso di occupazione.
Che cosa serve per invertire la rotta?
Il nostro è stato un intervento massiccio per creare opportunità lavorative anche per i giovanissimi, puntando su tirocini estivi anche di poche settimane che danno quel minimo di esperienza necessaria in funzione del futuro ingresso nel mondo del lavoro.
L’Agenzia del lavoro è indicata da tutti come modello virtuoso. Si parla però di riformarla facendo più spazio ai privati.
Il sistema di governance che abbiamo sperimentato, con la partecipazione delle parti sociali, è un modello che funziona. Dal punto di vista operativo, dobbiamo migliorare su due fronti. Ridurre al minimo gli adempimenti amministrativi: i lavoratori dovrebbero sbrigare gran parte delle pratiche on line, e questo libererebbe risorse interne dell’Agenzia da destinare ai servizi. Dall’altra, per dare più servizi a così tante persone - siamo passati da 12 mila a 18 mila colloqui all’anno - dobbiamo investire su una rete di servizi per l’impiego con soggetti accreditati (patronati, enti di formazione) sotto la regia dell’Agenzia. E poi proseguire sulla strada dell’innovazione, proponendo le migliori esperienze europee, dai contratti di solidarietà espansiva al pacchetto-giovani. Questo naturalmente non crea posti di lavoro, ma migliora l’incontro tra domanda e offerta e quindi riduce i periodi di disoccupazione.
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