TRENTO. Nella fascia 15-24 anni, quasi una su due è senza lavoro. Se si allarga fino ai 34 anni, la percentuale di donne disoccupate diventa di una su cinque. E quando sono fortunate e lavorano, le loro occupazioni sono spesso precarie: il 20,3% ha un contratto a tempo, che sempre più frequentemente non viene rinnovato. La sfida, per tutte, resta quella di sempre: conciliare vita professionale e famiglia, figli da crescere, genitori anziani da accudire. Alle aziende chiedono il part-time, e qui la differenza la fa il settore: se lavori nel pubblico l’obiettivo è a portata, se sei in quello privato è quasi impossibile. E può ancora capitare - anzi non è raro - che se aspetti un bambino il posto di lavoro lo perdi.

Con questi problemi si confronta da sei anni l’avvocato Eleonora Stenico, dal 2008 consigliera di parità della Provincia di Trento, riconfermata un mese fa dopo aver vinto un concorso (unico caso in Italia dove, accanto ai titoli, è previsto anche un esame scritto e orale). Al suo sportello, in via Jacopo Aconcio, arrivano ogni anno circa 150 casi. In cinque anni solo tre le cause portate in tribunale, nelle altre vertenze si è arrivati a una conciliazione tra le parti.

Avvocato Stenico, partiamo dai numeri. Qual è la situazione del lavoro femminile oggi in Trentino?

I dati non sono affatto rassicuranti. La situazione dell’occupazione femminile in Trentino è sì migliore rispetto alla media nazionale ma tuttavia sta peggiorando: nei primi tre mesi del 2014 il tasso di disoccupazione è arrivato all’8,4% con un aumento dello 0,6%, mentre nello stesso periodo la disoccupazione maschile cala dell’1% e arriva al 6,5%. E il quadro è ancora più grave per le donne giovani.

Ovvero?

Il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24 anni, rispetto al primo trimestre del 2013, è aumentato in misura drammatica del 12,3%: il 46,5% è senza lavoro, quasi una su due. E la percentuale resta molto alta, il 20,7% anche tra i 15 e i 34 anni. Il trend è opposto per la disoccupazione giovanile maschile: siamo al 25,3%, nello stesso periodo è diminuito del 4,2%. Sono numeri che ci dicono che dobbiamo ancora fare molto: aumentare l’occupazione femminile significa migliorare il benessere delle famiglie, sostenere la natalità e lo sviluppo economico e sociale di un territorio. Ricordo sempre che in tutti i Paesi, come quelli nordici, dove c’è un alto tasso di occupazione femminile, c’è anche un alto tasso di natalità.

Dai dati statistici, ma anche dai casi che arrivano al vostro sportello, c’è qualcosa che oggi caratterizza il lavoro femminile?

Direi la precarietà. Il 20,3% delle lavoratrici, contro il 14,7% degli uomini, non ha contratti stabili: a tempo determinato, che sempre più negli ultimi anni quando scadono non vengono rinnovati, contratti di somministrazione, o a progetto, i meno tutelati, dove non ci sono ferie e malattie, o infine contratti a chiamata per periodi brevissimi.

Come si spiega questa precarietà?

Le donne scontano una debolezza di partenza: percorsi scolastici che le indirizzano ancora verso certi settori oggi poco appetibili, mentre quelli scientifici e tecnologici restano ancora troppo appannaggio degli uomini. E con un titolo di studio debole, oggi inserirsi sul mercato del lavoro è più difficile. Poi ci sono le condizioni che riguardano il ruolo della donna nella famiglia.

Ma perché i contratti a tempo riguardano di più le donne?

Perché in caso di bisogno il datore di lavoro può dire: grazie, non ci serve più. E questo capita più frequentemente con le donne, a partire da quelle che aspettano un figlio.

Quindi accade ancora che si licenzi o non si rinnovi un contratto perché una donna è incinta?

Sì, soprattutto nelle aziende piccole. Ed è difficile dimostrare che accade per questo motivo se il contratto era a termine.

Perché le donne arrivano da lei?

Da noi arrivano purtroppo donne che hanno perso il lavoro. O lavoratrici che hanno in corso una vertenza. Noi offriamo una consulenza gratuita, ai lavoratori e alle imprese. Spesso si tratta di individuare soluzioni concordate con le esigenze del lavoratore.

Part-time?

Sì, soprattutto.

La risposta qual è?

Il divario è evidente. Nel pubblico i contratti collettivi prevedono una percentuale minima tra il 25 e il 30%: ci sono il telelavoro, i telecentri, l’Azienda sanitaria ha sperimentato l’orario individualizzato. Nel privato non ci sono soglie, tranne rarissime eccezioni come il commercio, ma anche qui abbiamo una soglia del 3%. Praticamente nulla.

Il suo ufficio come interviene?

Quando la donna viene da noi inizia una trattativa con l’azienda. Scopriamo che il più delle volte, dal no iniziale, una soluzione si trova. Un compromesso: magari un turno di 6 ore invece di 8, pausa pranzo ridotta per finire prima, part-time verticale. Rivedere la propria organizzazione a un’azienda costa fatica, si tratta di sperimentare soluzioni innovative e alla fine anche l’azienda ci guadagna: non deve cercare un nuovo dipendente, mantiene la competenza e spesso una lavoratrice molto motivata.

Sono tante le aziende che conciliano?

Con il Family audit il Trentino ha avviato nel 2007 un percorso triennale: le aziende che introducono soluzioni di conciliazione ricevono una sovvenzione. Finora sono una settantina.

Donne e carriera. Qui come siamo messi?

Nella valutazione si premia ancora troppo la presenza sul posto di lavoro, e questo naturalmente avvantaggia gli uomini. Le donne faticano sui tempi: i corsi di formazione organizzati in orario serale, i progetti difficilmente assegnati a chi ha un contratto part-time, la minor disponibilità a muoversi. La sfida è una valutazione più basata sui risultati e sulla qualità del lavoro, non solo sulla quantità.

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