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TRENTO. Ha avuto giustizia 29 anni dopo. Un operaio delle Giudicarie ha vinto la sua battaglia in Tribunale a Trento nei giorni scorsi dopo che nel 1986 aveva contratto l’epatite C a causa di una trasfusione. La giudice Adriana De Tommaso ha condannato la gestione liquidatoria dell’Ulss 25 del Veneto e il Ministero della Salute a pagare all’uomo un risarcimento di 372 mila euro più spese e parcella dell’avvocato.
L’operaio era rimasto vittima di un grave incidente sul lavoro. Aveva riportato gravi ustioni in tutto il corpo e per questo era stato trasferito all’ospedale di Verona. Qui era stato sottoposto a diverse trasfusioni. Non si rese conto subito di essere stato infettato, anche a causa dell’ampio periodo di latenza del virus. L’operaio ha fatto l’amara scoperta solo nel 2003, quando venne ricoverato per un’insufficienza renale. Le analisi avevano messo in rilievo gli anticorpi dell’Hcv. A questo punto, l’operaio si è rivolto all’avvocato Andrea Antolini che è riuscito a vincere una durissima battaglia.
Una battaglia dura perché nel 1986 il virus dell’epatite C non era ancora stato scoperto e isolato. Si parlava di epatite non A e non B. Insomma, si andava per esclusione. Per questo motivo la difesa dell’ospedale di Verona e il Ministero della Salute aveva sostenuto che non si poteva attribuire nessuna responsabilità alla struttura sanitaria. Secondo la tesi difensiva, l’ospedale non aveva nessuna colpa proprio perché il virus non era stato ancora scoperto ed era, quindi, impossibile adottare misure di prevenzione a difesa.
La causa si è trascinata perché il giudice ha voluto approfondire. E’ stata affidata una consulenza a un perito che ha redatto una lunga relazione. . Il perito ha spiegato che anche se il virus non era stato ancora identificato, già dalla fine degli anni ’70 molti studi scientifici avevano concluso che la maggiorparte dei casi di epatite post trasfusione di sangue non erano causati né dal virus A né dal virus di tipo B. Per questo si parlava, appunto di epatite non A e non B. Il virus dell’epatite C venne isolato e identificato solo nel 1989, tre anni dopo l’infortunio sul lavoro dell’operaio delle Giudicarie.
Il perito, però, ha concluso che già all’epoca era già ben noto che la trasmissione del virus, per non quanto non ancora scoperto, avveniva tramite le trasfusioni. Quindi, secondo il perito andavano applicate delle norme di prudenza che, invece, non erano state adottate né dal Ministero della Salute, che non aveva previsto l’obbligo del test sulle sacche di sangue o plasma per trasfusioni e non aveva approntato sistemi di selezione dei donatori né dall’ospedale di Verona.
Secondo il perito del giudice, l’infezione in questo caso poteva essere evitata con normali regole di prudenza, ma proprio la mancata adozione di queste regole di condotta ha provocato un grave danno per l’operaio che ha avuto un danno permanente del 47 per cento. Per questo il giudice ha accolto le richiesta dell’avvocato Antolini e ha riconosciuto all’operaio un risarcimento di 372 mila euro che sarà pagato dalle assicurazioni.
