TRENTO. Dalle esequie dell’altro ieri nella metropoli Milano, dove ha vissuto e si è distinto da moltissimi anni, a quelle di ieri nel paesino di Centa San Nicolò. Dal frastuono di una città con smog e traffico alla pace e all’aria pura di un borgo. Dai palazzi, dove ha prosperato, alle montagne che ha tanto amato, dalla frenesia delle compagnie altolocate alla pace di un cimitero grande come un fazzoletto, affacciato sulla Valsugana, dove da ieri riposa accanto alla madre Emma. Ieri Rolly Marchi – ci scappa di non scrivere “la salma di Rolly Marchi”- è arrivato per l’ultima volta in Trentino dove rimarrà definitivamente. Così e qui voleva essere sepolto e così è stato. A suo modo, questo grande personaggio trentino è stato protagonista anche in quest’ultima occasione. Lui, incline alle luci della ribalta giornalistica e sportiva, questa volta, dopo qualche, e stavolta ultimo, bagliore meneghino dell’altro ieri, (erano presenti famigliari dei Barilla, Missoni e molti atleti e giornalisti della neve) ha preferito la quiete accanto a sua madre, quasi un ritorno nella placenta, lui che si è sempre definito un “ottimo” figlio. Ma una metaforica placenta sono state per lui anche le montagne – non queste che, dirimpettaie a Centa San Nicolò, richiamano alla memoria soltanto i drammi della prima guerra mondiale, bensì le montagne più blasonate delle Dolomiti del Brenta e quelle della Marmolada. Insomma, il suo è stato un ritorno alla “casa madre” delle montagne, ieri imbellettate da un azzurro folgorante e ricamate dai caldi colori dell’autunno. Come fiori d’autunno erano quelli che ricoprivano la bara assieme al suo classico cappello nero e a un mazzolino di stelle alpine. Nei banchi c’era meno gente di quanto ci si aspettasse: c’erano naturalmente i figli Paolo e Jacopo, i nipoti e quindi un commosso Roberto Moggio, il manager sportivo nazionale Tito Giovannini, alcuni “bondoneri” tra cui Nicolussi e Italo Leveghi, che ha promesso di organizzare a breve qui a Centa San Nicolò un concerto di cori alpini in suo onore, Giorgio Torgler, l’ex campione di discesa libera Kristian Ghedina, l’arrampicatore Manolo, Camilla Lunelli, Sergio Chiesa, l’avvocato penalista Adolfo de Bertolini, una foltissima rappresentanza femminile e poi, a passi lenti, un paio di anziani alpinisti che sono andati davanti al feretro sorreggendosi con il bastone. É stata notata, e da alcuni criticata, anche la totale assenza del mondo politico. In chiesa, al microfono, hanno ricordato i tratti caratteriali e alcuni aneddoti della sua vita i figli (ciascuno con accenti diversi e magari divertenti), Roberto Moggio, Italo Leveghi ed altri ancora.

Quindi, usciti dalla chiesa che sorge su una sorta di cocuzzolo, la gente, seguendo il feretro, si è incamminata giù lungo il viottolo che porta al cimitero. Ed ecco che “Rolly Marchi” è tornato ad essere un personaggio come amava essere, questa volta, però, in maniera sommessa, romantica, senza squilli, perfino commovente. No, nessuna nota di musica classica, niente Chopin o Beethoven, nessuna canzone di montagna: qualcosa, piuttosto, di “ex moderno” divenuto un mito: Yesterday dei Beatles. D’altra parte un passo della canzone “Io credo nello ieri”, ripetuto alcune volte e che va a chiuderla, è lo specchio di tutta la sua vita: aver sempre creduto e insistito nelle esperienze di vita e di professione già fatte. D’altra parte lo aveva detto e ripetuto, soprattutto ad una amica di famiglia, la cantante Lidia Piccoli, da lui molto ammirata. «Quando verrò calato nella tomba – si fece promettere – mi dovrai cantare accompagnata dal tuo chitarrista Valentino Magnani – quel pezzo meraviglioso dei Beatles, “Yesterday”». E lei, che ricambiava la stima, ancora l’altro ieri nella chiesa di San Simpliciano a Milano dove si sono svolte le prime esequie, si è ricordata la promessa e ha dato il meglio di sé. Ieri c’è stato un bis che lo ha sepolto tra gli applausi.

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