TRENTO. All’hotel Venezia, nella centralissima in via Belenzani, era arrivato venerdì sera. Aveva preso una camera ed era salito. Uno dei tanti volti che passano nelle strutture alberghiere della città. Ma Aldo Baldessari, 42 anni, originario di Pergine, non era un turista. Aldo aveva un passato difficile alle spalle, segnato dalla tossicodipendenza, e nessuno sa e saprà mai perché venerdì abbia deciso di prendere una camera proprio al Venezia. Di certo, purtroppo, c’è quanto accaduto nel corso della notte: Baldessari è salito in camera e si è iniettato una dose letale di stupefacente. Anzi, più dosi, visto che quando ieri mattina il personale dell’albergo, dopo aver cercato a lungo di contattarlo, ha chiamato la Polizia, accanto al suo corpo ormai senza vita sono stati trovati cinque piccoli involucri, cinque minuscole bustine vuote. Segno che Aldo non si sarebbe iniettato una dose soltanto, ma ben cinque. E questo ha portato le forze dell’ordine a prendere in considerazione la possibilità che l’uomo abbia deciso di farla finita.

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Difficile pensare che egli, dopo anni di convivenza con l’eroina, potesse ignorare gli effetti di un’assunzione tanto massiccia. Anzi, proprio perché non era un giovanissimo alle prime esperienze, è fuori siscussione che Aldo sapesse benissimo quale sarebbe stato l’effetto di quelle cinque dosi. La morte di Baldessari, quindi, non sarebbe imputabile nemmeno al possibile uso di quella droga tagliata male che, proprio in questi giorni, sta causando non pochi problemi. Il condizionale è d’obbligo per qualsiasi delle ipotesi e solo l’autopsia, che verrà eseguita domani, potrà dare qualche risposta alle tante domande ancora senza risposta. Dopo la scoperta del corpo - la morte sarebbe avvenuta durante la notte, qualche ora prima del ritrovamento - alla Polizia non è rimasto altro da fare che contattare il sostituto procuratore di turno e, ottenuto il nulla osta alla rimozione della salma, fare intervenire i Servizi funerari del Comune arrivati in piazza Duomo poco prima delle 11 di ieri mattina. E le pietose operazioni dei necrofori non potevano non attirare l’attenzione dei tanti passanti che in un tranquillo sabato mattina d’agosto, nonostante una pioggerellina fine, passavano di lì in quel momento.

«La dinamica sembra quella di un suicidio – spiega Raffaele Lovaste, direttore del Servizio per le tossicodipendenze – è la storia di un uomo di età avanzata che non “sbaglia” la dose, anzi se ne fa addirittura cinque. Inoltre la assorbe per via endovenosa, metodo oggi non più in uso. Oggi giorno i morti per overdose, infatti, sono davvero rarissimi. Se vent'anni fa ce n'erano 14 o 15 all'anno adesso ce n'è uno al massimo. Questo non vuol dire che di eroina non si muoia più, l'eroina esiste e resta un problema dei nostri tempi, ma vuol dire che non c'è assolutamente un fenomeno di recrudescenza. Come non esiste il discorso del tossico che sbaglia a tagliarsi la dose. La morte sopravviene o perché il soggetto non è più avvezzo alla sostanza, magari perché viene da un percorso di disintossicazione, e quindi non regge il dosaggio al quale prima era abituato, oppure perché la quantità di eroina iniettata è particolarmente pura. Cosa, quest'ultima, che tenderei ad escludere: da quello che è il nostro osservatorio, infatti, non abbiamo avuto notizia del fatto che circoli droga di questo tipo. Per tutte queste ragioni penso che la dinamica di quanto accaduto racconti più di una sorta di revival che di un errore. Il soggetto voleva farla finita ricordando i “vecchi tempi” oppure non aveva più il fisico o le condizioni per reggere la dose. Ma propenderei per la prima ipotesi».