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Mori. Oggi Luigino Armani compie cent’anni. Un bel “vizio” di famiglia, quello della longevità, considerando che sua madre Teresa visse fino a 104 anni. Nato il 3 gennaio 1921 in val di Gresta, Luigino ha vissuto a Pannone fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, sopravvissuto alla quale ripartì da Rovereto, prima dalla zona della Busa dei Cavai e poi trasferendosi a Borgo Sacco, dove tuttora vive, pur non avendo mai fatto venir meno il proprio rapporto con il suo luogo d’origine, dove fino a pochissimi anni fa è stato attivo come fabbro nell’officina di famiglia.
Secondo di quattro fratelli, durante la guerra Armani, sergente armaiolo, era di stanza a Terni ed è stato poi spostato in Grecia, al comando di un piccolo battaglione. In quel periodo ha rischiato più volte la vita, in particolare quando durante il trasferimento da Bari la sua nave ha avuto una collisione. Catturato dai tedeschi in terra ellenica, è stato portato in campo di prigionia ad Amburgo, riuscendo poi a scappare e a ritornare in Italia con documenti falsi, uno dei pochi giovani grestani rientrati sani e salvi. Rimasto vedovo di Adelina nel 1979, ha lavorato per 46 anni alla Manica di Borgo Sacco come operaio. È uno dei pochi fabbri in vita in Trentino: si dilettava soprattutto nel fare zappe per i molti contadini che gliene chiedevano. Non avendo mai avuto la patente andava in corriera fino a Loppio e poi faceva l’autostop per andare e venire da Pannone. Sempre come fabbro – hobby di livello professionale per il quale nel 2017 ha ricevuto dall’allora assessore provinciale Alessandro Olivi una targa «per la passione, la dedizione e la lungimiranza che ha saputo profondere nella sua attività» – si è distinto per la realizzazione (gratuita) del nuovo tridente del Nettuno per sostituire quello sparito a Rovereto. Autonomo e ancora lucidissimo, è assistito in casa dai due figli (che gli hanno dato tre nipoti) e da una badante. M.CASS.
Secondo di quattro fratelli, durante la guerra Armani, sergente armaiolo, era di stanza a Terni ed è stato poi spostato in Grecia, al comando di un piccolo battaglione. In quel periodo ha rischiato più volte la vita, in particolare quando durante il trasferimento da Bari la sua nave ha avuto una collisione. Catturato dai tedeschi in terra ellenica, è stato portato in campo di prigionia ad Amburgo, riuscendo poi a scappare e a ritornare in Italia con documenti falsi, uno dei pochi giovani grestani rientrati sani e salvi. Rimasto vedovo di Adelina nel 1979, ha lavorato per 46 anni alla Manica di Borgo Sacco come operaio. È uno dei pochi fabbri in vita in Trentino: si dilettava soprattutto nel fare zappe per i molti contadini che gliene chiedevano. Non avendo mai avuto la patente andava in corriera fino a Loppio e poi faceva l’autostop per andare e venire da Pannone. Sempre come fabbro – hobby di livello professionale per il quale nel 2017 ha ricevuto dall’allora assessore provinciale Alessandro Olivi una targa «per la passione, la dedizione e la lungimiranza che ha saputo profondere nella sua attività» – si è distinto per la realizzazione (gratuita) del nuovo tridente del Nettuno per sostituire quello sparito a Rovereto. Autonomo e ancora lucidissimo, è assistito in casa dai due figli (che gli hanno dato tre nipoti) e da una badante. M.CASS.
