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Si intitola «Chaltén. Fumo sulla montagna» il volume nel quale Marco Lapenna invita il lettore nella storia straordinaria del Cerro Torre e delle grandi imprese alpinistiche in Patagonia (edizioni 66thand2nd, pagine, 19 euro).
Si tratta di un'area montuosa mitica, scenario di una lunga disputa tra puristi e innovatori dell’arrampicata. Cinque generazioni di scalatori hanno sfidato queste pareti leggendarie, tra avventure, controversie e ricerca del limite.
Scrive l'editore: «Patagonia, inizio millennio. Due giovani alpinisti americani, due puntini scuri contro la parete di granito bianco, si stanno calando lungo lo spigolo Sud-Est del Cerro Torre, dopo averne raggiunto la vetta.
Mentre scendono, strappano dalla roccia una fila di chiodi piantati quarant’anni prima usando un trapano pneumatico: una traccia troppo umana, un’offesa allo splendore accecante della montagna impossibile.
È l’ultimo atto dell’eterna disputa – cominciata sulle Alpi quasi un secolo prima – tra i puristi e gli spregiudicati, tra gli idealisti e gli iconoclasti dell’arrampicata.
Il massiccio del Chaltén, all’estremo sud della Cordigliera delle Ande, è la pietra filosofale dei rocciatori.
Tra i suoi rilievi ghiacciati spiccano due guglie perfette, quasi gemelle: la più alta è il Cerro Chaltén (già monte Fitz Roy), la più temibile è il Cerro Torre. Cinque generazioni di alpinisti le hanno amate, ne hanno fatto la loro ossessione, a volte sono arrivati a odiarle.
Da quando Cesare Maestri, negli anni Cinquanta, affrontò il Torre con Toni Egger e tornò da solo per raccontare una storia di conquista e di morte, scalatori del rango di Walter Bonatti, Sean Villanueva e Matteo Della Bordella si sono misurati con i giganti di granito della Patagonia. Dove l’essere umano continua ancora oggi, sfidando la tempesta e la neve tra le cime più selvagge della Terra, a esplorare sé stesso».
