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Oggi, martedì 23 giugno alle 17, la Biblioteca comunale di Trento, sede centrale di via Roma, ospiterà in sala degli Affreschi la presentazione del romanzo “I dieci passi di Nick Drake” di Luca Ragagnin, che ricostruisce in forma narrativa la vita artistica e personale del cantautore inglese (1948-1974), figura di culto del folk-rock britannico, autore di tre dischi oggi diventati opere di riferimento, ma che all’epoca vennero ignorati dalla critica.
L’autore dà voce a Drake, che non ebbe successo nella vita e rimase ai margini dell’industria musicale degli anni Settanta, e ne ripercorre infanzia, passioni e fragilità. Il romanzo prende spunto dall'unico, brevissimo filmato esistente di Drake: dodici secondi di immagini mute e sgranate in cui il cantautore si allontana di spalle tra la folla.
Sono proprio quei dieci passi, compiuti prima di uscire dall'inquadratura, a suggerire il titolo e a dare origine alla riflessione narrativa che attraversa l'intero libro.
L'autore dialogherà con Marco Olivotto.
Scrittore, poeta e paroliere, Luca Ragagnin (Torino, 1965) ha collaborato con numerosi artisti della scena musicale italiana, tra cui Subsonica, Delta V, Serena Abrami e Antonello Venditti. È autore di romanzi, raccolte poetiche e testi teatrali.
Tra le sue pubblicazioni più recenti figurano Il solco senza seme (Miraggi, 2024) e Il regno del signor Hans Holbein (Prinp, 2025). L'incontro sarà l'occasione per approfondire la figura di un artista dalla vita breve e ancora avvolta da un'aura di mistero, al quale Ragagnin cerca di restituire, attraverso la scrittura, quella "seconda grazia" che lo stesso Drake sembrava inseguire.
L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Per informazioni telefonare al numero 0461889521 oppure scrivere a info@bibcom.trento.it.
Il passaggio graduale da culto per pochi iniziati alla fama planetaria postuma caratterizza la storia di Drake.
Una parabola che - incredibilmente - lui aveva chiara già a vent'anni, quando in Fruit tree (1969) cantava: "Safe in your place deep in the earth/that's when they'll know what you were truly worth".
Si è suicidato dopo che la sua ragazza l'aveva lasciato. No, lo ha fatto perchè era depresso per la sua carriera musicale stroncata. Non si è suicidato, ha solo ingoiato per sbaglio qualche pillola di troppo.
La mattina del 25 novembre 1974, Molly Drake entra nella stanza del figlio, da alcuni anni tornato a vivere nella sua casa d'infanzia, nel bucolico villaggio di Tanworth-in-Arden.
Lo trova disteso senza vita nel suo letto. "La prima cosa che vidi - ricorda - furono le sue lunghe, lunghe gambe". Sul tavolo 'Il mito di Sisifo', saggio sull'assurdo di Camus. Sul piatto 'I concerti di Brandeburgo' di Bach. Il referto del coroner locale parla di suicidio tramite "avvelenamento da amitriptilina ingerita durante una crisi depressiva".
Ma su questo punto i pareri sono discordi. C'è chi dice che nelle settimane precedenti la morte, Nick stesse meglio. Di certo soffriva di depressione e prendeva quotidianamente Tryptizol, un potente antidepressivo regolarmente prescritto.
Nel 1974 Nick Drake viveva ritirato dal mondo, nel guscio della sua famiglia, nel cuore verde dell'Inghilterra del Nord.
Il suo terzo ed ultimo disco, 'Pink moon', risaliva a due anni prima. Come i due precedenti - 'Five leaves left (1969) e Bryter layter' (1970) - non aveva venduto più di qualche migliaio di copie.
Nei primi mesi dell'anno aveva incontrato a Londra il suo scopritore e produttore dei primi due lp, Joe Boyd, uno che ha marchiato a fuoco la storia della musica producendo, tra gli altri, Nico, Incredible String band, Pink Floyd, Fairport Convention.
"Era - ricorda Boyd nel suo memoir 'White Bicycle' - arrabbiato. Io gli avevo detto che era un genio, allora perchè non era ricco e famoso?, era stato il suo sfogo".
Si torna così al mistero di questo ragazzo alto e magro, con i lunghi capelli ed il bel viso dai tratti femminei raramente aperto al sorriso. Un talento senza pari, con una voce unica.
Poteva essere un idolo, vendere milioni di copie, macinare concerti e diventare la voce di una generazione. "I would be, i should be, but how?", cantava in 'One of these things first'.
Nick era un timido cronico. Arrivava e andava via dalle case dei suoi pochi amici (rigidamente compartimentati, non li faceva mai incontrare tra di loro) come un fantasma, dopo essere stato seduto in un angolo senza dire una parola per ore fumando hashish.
Le relazioni femminili note - giusto un paio - risultano non consumate. Aveva mollato dopo un paio di date un tour organizzatogli da Boyd per promuovere il primo album.
Non se la sentiva di esibirsi davanti a un pubblico spesso distratto. Nè di farsi intervistare. Aveva lottato - spesso perdendo - con lo stesso Boyd perché voleva che le sue canzoni suonassero in un certo modo su disco. Ed aveva ottenuto piena libertà per l'ultimo album, lo struggente 'Pink moon': mezz'ora di musica con solo Nick alla voce, chitarra e piano.
Senza prestigiosi session men e arrangiamenti sofisticati. Ma uno come Drake, con le sue idiosincrasie, era impossibile da promuovere per la compagnia discografica. Un alieno per il music business.
Negli ultimi mesi di vita aveva ripreso i contatti con Boyd, voleva ritentare ad incidere un disco, aveva anche registrato - a fatica - i provini di un pugno di canzoni. Solo voce e chitarra. E presagi di morte. "A black eyed dog he called at my door/ A black eyed dog he called for more" ('Black eyed dog').
Il 'cane dagli occhi neri' è arrivato in una fredda mattina di novembre per portarsi via un ragazzo triste di appena 26 anni. Solo dopo - come aveva previsto - sarebbe seguita la gloria.
