TRENTO. Francesca Benetti è tiorbista e chitarrista. Nasce a Trento, dove ha iniziato la sua formazione musicale.

Quando era una bambina, cosa sognava di fare da grande?

A sette anni ricordo che ascoltai un disco di musica classica a casa di un’amica, per caso. Erano Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi: l’ascolto mi aveva talmente emozionata che ero tornata di corsa a casa dicendo ai miei genitori di voler fare la violinista oppure la liutaia per costruire quegli strumenti «magici».

Lo studio della musica è stata una scelta spontanea?

Assolutamente sì. Ha sempre accompagnato i miei studi e non mi sono mai chiesta se fosse la strada giusta oppure no. A casa c’era una vecchia chitarra di mio padre, consumata dalle nottate giovanili con le canzoni di Lucio Battisti. Decisi di iniziare con questo strumento e diventai presto molto appassionata grazie a giovani maestri in trentino e, successivamente, al Conservatorio di Venezia.

E la scelta della tiorba a cosa è dovuta?

Ho studiato per molti anni la chitarra classica, prima a Trento poi a Venezia dove mi sono diplomata e anni dopo ho proseguito con la musica antica in Svizzera. Il desiderio di un secondo strumento c’è sempre stato e al Conservatorio di Venezia ho potuto provare altri strumenti a pizzico, quindi simili alla chitarra. La tiorba mi ha subito affascinata per l’esperienza fisica di suonarla innanzitutto: è uno strumento che “accoglie le dita” in modo diverso dalla chitarra classica, con il suo suono, avvolgente e caldo. Inoltre, il repertorio antico mi aveva sempre attirata e ho avuto la fortuna di essere guidata da ottimi musicisti.

La scelta di uno strumento rinascimentale è compatibile con i tempi che viviamo?

Affido questa risposta al significato della parola “strumento” ovvero un mezzo per un fine. Se l’obbiettivo della musica è quello di comunicare passioni e valori e raccontare storie ed emozioni allora sono convinta che lo strumento possa essere anche una tiorba oppure una splendida chitarra elettrica nata pochi mesi fa. La tiorba è uno strumento che si è evoluto a partire dalla fine del Cinquecento, per qualche secolo è scomparso e ora riappare sui palchi di molti teatri europei. Il fascino per il tempo passato è sempre vivo in ogni arte e sono convinta che le esecuzioni musicali di partiture antiche siano intrise anche dell’epoca in cui vengono suonate. La musica è un’arte apparentemente meno tangibile della scultura e della pittura. Forse lo strumento è la parte più materica dell’atto musicale. Esistono tecnologie sopraffine per registrare la musica ma il momento più vero a mio parere, quello in cui la musica esiste veramente, si coglie di fronte all’esecuzione e sono convinta che quel momento artistico abbia sempre in sé il vissuto del tempo attuale in cui sta vivendo.

Come è scandita la giornata di una musicista?

La risposta è molto soggettiva e credo che per ogni lavoratore dello spettacolo sia così. Tuttavia distinguerei due momenti ben diversi: quello in cui si viaggia, si fanno concerti e si ha un contatto diretto col pubblico e quello - apparentemente più vuoto e nel mio caso più difficile da gestire - in cui si è a casa per un certo periodo (di durata variabile) a preparare il prossimo concerto, fare ricerca, organizzare, studiare, cercare altri concerti, scrivere mail al computer. Trovare un equilibrio tra queste due fasi -che spesso hanno livelli di adrenalina e dopamina molto diversi!- non è per niente facile. Quando sono in tour, per esempio, il mio tempo è gestito dalle prove e dagli orari dei concerti, dei treni e dagli imprevisti del caso. Il tempo «libero» (a volte davvero poco) diventa molto prezioso e, in base alle esigenze di quel momento, lo spendo di solito a passeggiare in un luogo nuovo, rilassarmi, fare yoga o stare con colleghi appena conosciuti. Quando ritorno a casa e ho di fronte a me un periodo senza concerti solitamente mi riposo i primi giorni e poi cerco - spesso fallendo! - una routine quotidiana che alterni un po’ di sport allo studio dello strumento mentre recupero commissioni che non ho potuto fare quando ero fuori casa.

Si riesce a conciliare l’attività artistica con le incombenze familiari?

La vita del musicista spesso si scontra con quella considerata più “normale” di un cittadino con un lavoro classico d’ufficio o d’insegnamento: gli impegni di un concertista si concentrano in periodi molto intensi e spesso lontano da casa. Avere qualcuno in aiuto per semplici mansioni che richiedono una quotidianità può essere la salvezza! Io ho una vicina che quando non ci sono annaffia le mie adorate piante o apre le mie lettere che poi mi invia in formato fotografico.

Anche suo marito è un musicista. Suonate insieme?

Capita che io e Gilberto suoniamo insieme, si! A volte è per lavoro e a volte per piacere. Ci è capitato di eseguire alcuni brani per organo e tiorba a Bari vecchia, nella Cattedrale di San Sabino, vicino a dove viviamo, di andare in Tour in Egitto con un coro francese, di collaborare a dei progetti di registrazione e di suonare in un ensemble insieme.

Cosa si augura per il suo futuro?

Mi auguro di trovare un equilibrio sereno e sempre più entusiasta tra gli slanci adrenalinici che la vita da musicista mi fa godere, la dimensione degli affetti personali (coppia, famiglia, amici, legame con il territorio) e il mio privato. Vorrei poter vivere con fierezza come musicista in questa società, senza troppe preoccupazioni.

Suggerirebbe a una bambina di studiare musica?

Certamente si perché è un canale espressivo molto potente. Studiare musica crea uno spazio personale in cui conoscersi, rifugiarsi, ritrovare slancio, vivere emozioni molto profonde tra cui anche quelle tristi come la malinconia o la tristezza. Avere uno «strumento» - appunto- di comunicazione con il mondo esterno attraverso il quale raccontarsi senza parole credo sia un privilegio. Certamente può essere oltremodo una palestra di sfide difficili, impegno e responsabilità in cui il confronto diretto con se stessi è diretto e intenso. Per me studiare musica è stata di un’importanza, direi, vitale.

Le manca un po’ il Trentino?

Il Trentino, che ora vivo molto intensamente in estate e un mese e mezzo circa in inverno, non mi manca perché è davvero parte integrante di me. I momenti di nostalgia si concentrano quando mi allontano e – incredibile ma vero - quando ritorno dopo alcuni mesi, nella natura e in quel silenzio unico. Avere dei periodi nella regione che mi ha cresciuta mi aiuta spesso a ritrovare il centro e a recuperare energia positiva.