TRENTO. Negli ultimi anni l’Italia ha perso competitività. Fino al 2008 eravamo il secondo Paese del mondo per produzione industriale, oggi siamo quarti. Abbiamo una economia reale che negli anni recenti è peggiorata. E le banche in questo periodo hanno continuato ad aumentare gli impieghi: il credito è cresciuto in maniera molto più intensa dell'economia reale, ed il finanziamento delle nostre imprese è fatto principalmente dalle banche.

Ne consegue che imprese troppo indebitate non fanno bene né all’economia, né alle stesse banche che le finanziano. Anzi, proprio le banche stanno consumando nelle sofferenze oltre la metà del loro cash-flow, la provvista è molto più difficile e molto più cara. E cala lo spread tra provvista ed impieghi: nel 2003 era del 3,6%, adesso del 2,2%, con il Roe delle maggiori banche ormai prossimo allo zero.

Il quadro appare problematico, ma è la fotografia reale scattata da Leopoldo Scarpa, direttore generale di Mediocredito del Trentino Alto Adige, che su questi temi si è interrogato in un convegno a Merano dal titolo eloquente: “La crisi, le banche, il futuro”.

Il circuito virtuoso del debito che si sosteneva su Stato, banche ed economia reale non regge più. «Quando dall'estero non hanno più comprato titoli delle banche italiane, l’incantesimo si è rotto», ha detto il responsabile della Finanza Giorgio Franch. «Intervenire oggi a puntellare una economia basata sull’obbligo di crescita senza aumento di competitività non è un antidoto alla crisi, ma piuttosto un antidolorifico che non cura il male, ma ne attenua solo gli effetti». Per Nadio Delai, sociologo dallo sguardo lungo sulle imprese, intervenuto a Merano per individuare una terapia possibile, si assiste oggi al ritorno all'economia reale. «Dopo il postmoderno si va al neorealismo, perché le cose hanno un valore in sé. Oggi si torna all'economia reale come esigenza oggettiva».

E poi c’è un altro (gradito) ritorno, quello del sociale. Quello stesso sociale che era stato espulso dalle grandi banche, oggi rientra in economia. «Perché – è la conclusione di Delai - se non c'è crescita e coesione sociale, non c'è nemmeno sviluppo. Il sociale non è più un optional per spiriti caritatevoli, ma un movente integrante dell'economia».

Ieri era sufficiente essere imprenditori robusti, oggi non più. Occorre innovare i prodotti, e mettersi in relazione con il territorio, stringere alleanze.La crisi è anche una buona occasione per ripensarsi. Le banche devono saper riconoscere questi segnali, e sostenere l’economia reale favorendo un rimbalzo positivo verso l’innovazione.