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TRENTO. La Finanza l’ha chiamata operazione Filo d’Arianna. Ed effettivamente c’è voluta tutta la pazienza degli uomini del nucleo di polizia tributaria per arrivare a dipanare la matassa costruita dai fratelli Giorgio e Corrado Rigotti, dal loro socio Paolo Abram e da alcuni consulenti milanesi. Ma, alla fine, gli inquirenti sono arrivati ad ottenere un grosso risultato. Ieri i tre imprenditori hanno patteggiato la pena per il reato di frode fiscale davanti al giudice Giuseppe Serao, 13 mesi per Giorgio Rigotti, che è stato a lungo alla guida di Confidimpresa, 11 mesi per suo fratello Corrado, 5 mesi convertiti in un’ammenda di 5.700 euro per Abram. Ma soprattutto i tre hanno versato un milione di euro tondo tondo in contanti. Oltre a questo, il giudice ha disposto la confisca di beni immobili per un valore di 6 milioni di euro. Immobili che saranno venduti all’asta una volta che la sentenza sarà passata in giudicato. Infine, i Rigotti avevano già versato 660 mila euro per ottenere il dissequestro di alcuni immobili a Grumo e del garage della casa di Giorgio, a Mezzocorona. In tutto, quindi, la Finanza e il pubblico ministero Pasquale Profiti hanno recuperato quasi 8 milioni di euro. Ai Rigotti l’Agenzia delle entrate contestava un’evasione fiscale, comprensiva di sanzioni e interessi, di oltre 22 milioni. Inoltre, l’accusa poco prima del processo aveva contestato ai Rigotti e al socio una falsa fattura da 3 milioni e 800 mila euro per un’operazione inesistente emessa da una società americana, la Odissey, con una sede in Svizzera. Secondo l’accusa, grazie a questa falsa fattura i Rigotti avrebbero portato nella Confederazione elvetica i 3 milioni e 800 mila euro sottraendoli al fisco. Da qui la richiesta da parte dell’accusa di un versamento di un milione di euro, che è stato confiscato come profitto del reato, prima di dare il consenso al patteggiamento. Con l’accordo ratificato ieri, i Rigotti e Abram chiudono i conti con la giustizia. Il loro legale, Giacomo Merlo, ha spiegato che il patteggiamento è stata una scelta tecnica.
La Finanza era riuscita a rintracciare la proprietà di un vero tesoro immobiliare ingoiato da un castello di società intestate a prestanome, una costruzione di scatole cinesi che portavano in paradisi fiscali come lo stato americano del Delaware, il Lussemburgo e l'isola di Man. Il tutto per non pagare il debito con il fisco. Oltre ai Rigotti ed ad Abram sono finiti nei guai i loro commercialisti milanesi Antonio Carlomagno, 44 anni, Edoardo Rizzo, 52 anni e Mauro Stefani, 50 anni, tutti accusati di aver costruito materialmente il castello societario che avrebbe permesso ai Rigotti e al loro socio di sottrarre al fisco il loro tesoretto immobiliare. Per loro il processo va avanti. Tutto è partito dopo due verifiche fiscali dell'Agenzia delle Entrate eseguite nel 2007 e nel 2008 presso la sede della Gestim spa, società dei Rigotti. L'evasione era dovuta ad alcune operazioni di fusione, ma anche in parte ad una serie di operazioni che avevano portato la Rigotti costruzioni ad evadere l'Iva per oltre tre milioni di euro. Per queste operazioni Giorgio Rigotti venne condannato in primo grado a tre anni di reclusione, ma in appello ha beneficiato della prescrizione. Dopo la contestazione da 22 milioni di euro dell'Agenzia delle Entrate, è partito il ricorso alla Commissione tributaria. Poi, i Rigotti si sarebbero rivolti ai commercialisti milanesi per mettere al sicuro i loro beni immobili.
