Domenica 15 marzo (alle 18) sarà pubblicato il sesto episodio inedito della serie di videopodcast Oltre la vetta, prodotta dal Cai nazionale e curata da Sofia Farina: conversazioni che esplorano il dolore, la perdita e la rinascita attraverso le voci di chi ha vissuto un lutto legato alla montagna.

In questa puntata la conversazione sarà con l’alpinista trentatreenne Emanuele Andreozzi, che vive a Trento, noto per il suo stile rigoroso e per la ricerca di nuove vie su ghiaccio e terreno misto, dalle Alpi all’Himalaya. Sono decine le vie da lui aperte nelle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali oltre i 4000 metri, oltre a una linea in Pakistan over 6000.

Recentemente, all'edizione 2025 dei Piolets d’or, gli «Oscar» dell’alpinismo, fra le settanta ascensioni del 2024, significative e innovative, è stata selezionata per la «big list» quella compiuta l’8 marzo proprio da Emanuele Andreozzi, Fabio Tamanini e Vaida Vaivadaite, che hanno tracciato «Per Elisabetta» sulla parete nord del Monte Fop (2.883 metri) nel gruppo della Marmolada, una difficile via su ghiaccio e misto di 500 metri con difficoltà WI6 e M6+.

«La montagna - ricorda la curatrice del videopodcast - è un luogo di libertà e passione, ma anche uno spazio in cui il confronto con il rischio e con la morte fa parte della realtà di chi la frequenta a lungo.

Con Emanuele Andreozzi affrontiamo un tema che raramente trova spazio nei racconti di montagna: la perdita dei compagni di cordata e il peso che queste esperienze lasciano nel tempo.

Andreozzi racconta come, nel corso degli anni, abbia visto morire molti amici e conoscenti legati al mondo dell’alpinismo.

Un’esperienza che segna profondamente chi rimane e che rende impossibile ignorare il lato più duro di questa passione.

La consapevolezza del rischio cambia con il tempo, con l’esperienza e con le perdite accumulate, ma non diventa mai qualcosa a cui ci si abitua davvero: ogni lutto resta difficile da affrontare.

La conversazione si allarga poi al modo in cui oggi viene raccontata la montagna.

Secondo Andreozzi, negli ultimi anni si è passati da una narrazione eroica dell’alpinismo a un racconto che spesso tende a nascondere le difficoltà e i pericoli, come se tutto dovesse apparire facile e controllabile.

Per questo invita a un approccio più onesto: non drammatizzare, ma nemmeno omettere la fatica, l’incertezza e i momenti in cui le cose possono andare male.
Una riflessione lucida e sincera su cosa significhi vivere la montagna fino in fondo, ricordando che oltre l’impresa e oltre la vetta restano sempre le persone, la memoria e la responsabilità di raccontare la realtà per quella che è».