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Continuano a fallire i tentativi di un giro di vite sulla produzione e l'uso di plastica nel mondo (specie nei Paesi ricchi). L'ultima sconfitta di chi si batte per una seria inversione di tendenza, mentre il pianeta è invaso da plastiche (anche "eterne" come i pericolosi pfas) è avvenuta la settimana scorsa con la conclusione senza risultati stringenti della conferenza Inc-5.2 di Ginevra: «Nessun testo su cui negoziare né piani chiari su come il Trattato possa essere realizzato», denuncia il Wwf.
A Ginevra l’Unione europea ha sostenuto la richiesta di un trattato globale e vincolante e ha giudicato debole l'esito perché il documento finale non indica tetti rigidi alla produzione di plastica né regolamentazioni efficaci sulle sostanze chimiche pericolose.
Nel frattempo, dunque, la situazione resta fluida e i limiti eventuali alla produzione e diffusione delle plastiche sono affidati a misure locali di vario genere.
Basta andare in un qualunque supermercato, salvo rare eccezioni, per farsi un'idea di quanto l'uso della plastica sia diffuso ma anche di come sarebbe evitabile. Un piccolo esempio sono i barattolini dello yoghurt o prodotti simili: qualche raro produttore utilizza la carta (tipo quella delle coppette al gelataio) o il vetro, la stragrande maggioranza invece è di plastica: in questo caso l'alternativa è pronta, basterebbe un divieto...
I ritardi e gli ostacoli dei tentativi di varare norme più coerenti con l'emergenza plastica rispondono alle esigenze manifestate dai produttori di questi materiali, nonché da altri attori commerciali, e promosse da diversi governi.
Il risultato è che malgrado l'urgenza di intervenire radicalmente sia ben nota da decenni, manca tuttora un trattato globale contro l'inquinamento da plastiche.
La ong italiana Plastic Free Onlus, presente ai negoziati di Ginevra, aveva chiesto un accordo realmente vincolante, coraggioso e in grado di incidere sulle cause profonde di una crisi che coinvolge ambiente, salute e giustizia sociale.
Per l'associazione, attiva dal 2019 con oltre 260mila volontari in più di 30 Paesi del mondo, non è più sufficiente occuparsi della plastica una volta che è diventata rifiuto. «É necessario agire a monte del ciclo produttivo, imponendo un tetto globale e obbligatorio alla produzione di plastica vergine. Senza una misura strutturale come questa, altrimenti, si continueranno a curare i sintomi ignorando la malattia.
Tra le richieste dell'associazione vi è anche l'introduzione di un divieto reale, e non facoltativo, per i prodotti in plastica più pericolosi, come il monouso. Plastic Free sottolinea inoltre la necessità di garantire una transizione giusta, che non solo eviti di aggravare le disuguaglianze sociali, ma le riduca attivamente, sostenendo le comunità più vulnerabili e spesso escluse dai processi decisionali e dai benefici economici.
L'associazione sottolinea che l'inquinamento da plastica non è più soltanto un tema ambientale: è diventato una questione sanitaria globale. La plastica è ormai presente nei polmoni, nel cervello, nel sangue, perfino nei bambini non ancora nati: «Vogliamo davvero un mondo in cui vivere significa ammalarsi?», dice Luca De Gaetano, fondatore e presidente di Plastic Free.
La questione plastica, ovviamente, non risparmia l'ambiente montano.
Due anni di ricerca su 488 chilometri, nel progetto CleanAlp dell'European Research Institute sull'inquinamento da plastica e altri rifiuti in montagna, hanno consentito di verificare la presenza di quasi mezzo chilo di rifiuti, in gran parte in plastica, ogni chilometro di escursione sui sentieri alpini.
Dilagano bottiglie, contenitori per succhi, cioccolatini, caramelle, panini: 2.713, pari a 5,55 a chilometro.
Ma i ricercatori hanno trovato anche mutande e altra biancheria intima, pneumatici, preservativi, assorbenti femminili, lattine, bastoncini per orecchie, puntine da disegno, sacchetti con deiezioni canine e confezioni risalenti fino agli anni '70. I materiali riconducibili a oltre 40 anni fa, infatti, rappresenta quasi il 30 per cento del totale.
Una presenza frequente sui monti sono anche i fazzoletti di carta (1.832 pari a 3,75 ogni km), ma anche i famigerati e indistruttibili mozziconi di sigarette (1.307, ogni km 2,67).
Per conservare il massimo rigore nelle analisi svolte durante le escursioni sono state prese in considerazione solo aree naturali di alta montagna.
«I mutamenti in corso e l'impatto che abbiamo sulle Alpi sono importanti per tutti noi e dobbiamo tenerne conto per tutelare noi stessi e il nostro futuro. CleanAlp ha raccolto fondamentali indicazioni per correggere i nostri comportamenti e renderli più sostenibili nelle vallate alpine e montane», hanno spiegato i curatori del progetto.
Ma oltre ai rifiuti di plastica (e non) c'è la questione delle microplastiche, rilevate anche nella neve caduta in alta quota .
Anche nelle aree più selvagge arrivano bottiglie, frammenti di piatti e bicchieri, particelle di gomma. Materiale, spiega ancora CleanAlp, non sempre abbandonato dagli escursionisti, spesso trasportato dai fenomeni atmosferici.
Nel contesto di queste ricerche in ambiente alpino, lo European Research Institute, in collaborazione con il Politecnico di Torino, ha analizzato venti i campioni di neve prelevati in 5 aree della Alpi occidentali dal versante piemontese del Gran Paradiso alle Alpi Marittime.
A livello globale, come ha riferito Scientific Reports, uno studio condotto rivela che le particelle inquinanti, derivate dall’usura degli pneumatici, sono la prima fonte d’inquinamento sulle Alpi.
Un team di scienziati e alpinisti ha raccolto campioni contenenti microplastiche, nell'ambito del Global Atmospheric Plastics Survey: l’origine è chiaramente incerta, le particelle si diffondono in giro per il mondo semplicemente con il vento. Nel 36% dei siti alpini analizzati sono state trovate microplastiche: pneumatici per il 41%, poi polistirene, 28%, e polietilene, 12%: si stima che ogni pneumatico riesca a perdere 4 chili di plastica nel suo ciclo di vita.
Le microplastiche, presenti dalle montagna al mare, sono un chiaro segnale sull'urgenza di accelerare per affrontare un problema prioritario per il quale, peraltro, le soluzioni sarebbero a portata di mano.
