PHOTO
Ondate di caldo, ritiro dei ghiacciai e crolli in montagna, anche sulle Dolomiti. Quersto scenario interroga da tempo anche la scienza.
In questo quadro prosegue fino al prossimo febbraio il progetto Frost.ini, che mira a un’analisi olistica del permafrost per monitorarne la degradazione e integrare misure di mitigazione del rischio nelle politiche di gestione territoriale, migliorando la resilienza delle infrastrutture in alta quota. Attraverso lo sviluppo di gemelli digitali, si studierà l’interazione tra infrastrutture e permafrost, valutandone l’evoluzione rispetto alle forzanti climatiche.
Il permafrost è uno strato di suolo, roccia o sedimento che rimane a una temperatura pari o inferiore a 0 °C, cioè congelato, per almeno due anni consecutivi.
Si tratta dunque di terreno (terra, sabbia, ghiaia, roccia) e il ghiaccio al suo interno è solo l'acqua interstiziale che cementa il terreno: lo spessore varia da pochi centimetri a qualche metro. Alle nostre latitudini il permafrost ha un ruolo fondamentale di stabilizzatore, quando si scalda e si scongela (il ghiaccio al suo interno diventa acqua) si favorisce collasso del terreno, con cedimenti e crolli.
Il permafrost alpino, oltre i 2500 metri, ricordano infatti i ricercatori di Frost.ini, subisce una degradazione accelerata dal cambiamento climatico, minacciando la stabilità dei versanti e delle infrastrutture.
Integrando misure in situ e dati remoti in siti pilota transfrontalieri, il progetto rafforza la conoscenza delle dinamiche del suolo per orientare le politiche di gestione del territorio.
I risultati principali includono lo sviluppo di gemelli digitali per due siti, la redazione di linee guida gestionali e un sistema di monitoraggio condivisibile nel tempo, promuovendo al contempo la cooperazione multilingue e la capacità di innovazione.
Avviato nel 2024, il progetto è finanziato dal programma Interreg VI-A Italia-Austria 2021-2027.
Lo scorso autunno è stata raggiunta una tappa importante: a nord e a sud del rifugio Erzherzog-Johann, sul Großglockner, sono state installate due nuove colonne di perforazione del permafrost profonde 20 metri.
Queste macchine si trovano a un'altitudine di 3.450 metri sul livello del mare e sono le terze colonne di perforazione più alte di questo tipo su tutta la cresta alpina principale.
I dati raccolti sulla stabilità delle rocce e dei versanti dovrebbero aiutare i ricercatori a valutare e monitorare con maggiore precisione il disgelo del permafrost provocato dai cambiamenti climatici.
Di conseguenza, in futuro dovrebbe essere anche possibile scongiurare tempestivamente pericoli quali cadute di massi, frane e danni alle costruzioni.
Che lo scioglimento del permafrost abbia già causato danni, si può constatare proprio presso lo stesso rifugio intitolato all'arciduca Giovanni d'Austria.
Ecco perché le conoscenze acquisite tramite il progetto Frost.ini sono fondamentali per poterle trasferire ad altri siti di alta montagna e proteggere così a lungo termine infrastrutture similari.
«Il permafrost alpino - si legge nel sito del progetto - si estende generalmente a partire dai 2500 metri di quota e influenza i paesaggi e la stabilità dei versanti.
Il cambiamento climatico sta esacerbando la sua degradazione, modificando le condizioni fisiche e l’idrologia del suolo e impattando sulle infrastrutture di alta quota.
Per gestire questa problematica, un'analisi che integri misure in situ e dati remoti sarà estesa ad alcuni siti pilota nell'area transfrontaliera tra Italia e Austria.
Integrando le competenze di ogni partner, l'approccio sinergico rafforzerà la conoscenza delle dinamiche del permafrost per integrare nelle politiche di gestione del territorio misure di mitigazione dei rischi e migliorare la resilienza delle infrastrutture in alta quota.
Il risultato favorirà la comprensione dell’interazione tra infrastrutture e permafrost e delle sue condizioni fisiche attuali della sua possibile evoluzione in relazione alle forzanti climatiche tramite la realizzazione di gemelli digitali di due siti pilota scelti e la creazione di linee guida gestionali derivate dall’esperienza del progetto.
Incontri multilingue incoraggeranno la discussione e lo scambio rafforzando la capacità di ricerca e innovazione. Il sistema di monitoraggio sarà esportabile e condivisibile anche dopo la fine del progetto.
Partner del progetto sono l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale Ogs, la Provincia autonoma di Bolzano ufficio geologia e prove materiali, Eurac Research, l'Ufficio del governo provinciale di Salisburgo, Georesearch Forschungsgesellschaft mbH.
Partner associati: Arpav Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, Regione autonoma Friuli Venezia Giulia servizio geologico, Tofana Srl».
