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Primavera del 774: l’esercito dei Franchi, che l’anno precedente è calato su Pavia dopo aver varcato le Alpi, assedia la capitale del Regno Longobardo. Nel mese di giugno, il re Desiderio si arrende e Carlo Magno aggiunge al titolo di «rex Francorum» quello di «rex Langobardorum».
Al già esteso suo regno, che si allarga dal Mare del Nord all’Adriatico, si aggiunge nel 788 il ducato di Baviera con una campagna militare che coinvolge il Trentino e comporta la sua annessione.
Da questo momento, le Alpi unificate perdono la funzione di barriera difensiva tra domini contrapposti, favorendo la creazione di un nuovo impero. Carlo verrà incoronato nel Natale dell’800 e morirà, secondo gli storici, quattordici anni dopo.
Con il controllo dei Franchi su mezza Europa, tra la fine dell’VIII secolo e il IX, le vecchie fortezze e i presidi alpini eretti secoli prima per difendere l’ultimo scampolo d’Impero romano d’occidente, ereditati dai re goti e longobardi, non servono più. Una di queste è la fortezza sul Monte San Martino nel Lomaso, a 980 metri di altitudine, fra le Giudicarie e l’Alto Garda. Costruita con ingenti risorse fra il 430 e il 450, sfrutta le difese naturali del luogo.
Dopo alcuni secoli, per effetto della nuova situazione politica viene abbandonata e cade nell’oblio.
Dimenticata dalla Storia, viene individuata sul terreno fra il 1998 e il 2000. Varie campagne archeologiche, ultimate nel 2015, ne hanno riportato alla luce le parti superstiti, documentandole: la cinta muraria intercalata da torri estesa per circa un chilometro e mezzo attorno alla sommità, l’interno esteso su oltre 10 mila metri quadrati con le tracce dei fabbricati, le porte, i sedimi scoperti, la viabilità.
Eredità rara di un’epoca avara di fonti scritte è un luogo di intensa suggestione.
Vent’anni dopo il primo “colpo di piccone” vi siamo saliti con Enrico Cavada, già funzionario dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza provinciale, coordinatore delle ricerche e degli scavi che hanno restituito l’importanza di questo luogo fortificato su di uno sperone roccioso che domina la Val Lomasone.
«Negli ultimi trent’anni - spiega Cavada - l’archeologia ha identificato vari luoghi fortificati su alture noti dalle fonti antiche. Siti complessi come Castelfeder, vicino ad Ora, o come Sant’Andrea, nel lago di Loppio. Ma anche Sirmione, all’apice della omonima penisola, o la Rocca di Garda.
O, ancora, piccoli presidi a difesa delle città, come il centro fortificato impostato a Piedicastello con il Dos Trento, verosimile sede dei contingenti militari goti e longobardi stanziati nella Valle dell’Adige».
Strategica per posizione, la fortezza sul monte San Martino, chiude una linea che dalla Vallagarina supera l’alto Garda e “sorveglia” un fascio di vie convergenti verso Sud. Nella parte alta restano i ruderi di un oratorio, unico edificio risparmiato fuori terra dall’abbandono e caduto solo nel secondo dopoguerra. È consacrato a Martino, il Santo vescovo di Tours protettore dei Franchi.
«Un patrocinio che si radica dopo la conquista di Pavia - ricostruisce Cavada - quando Carlo Magno opera ingenti donazioni all’importante monastero di Tours, fondato molti secoli prima da San Martino e dove riposano le venerate reliquie.
Ne sono parte la Valcamonica, con le terre che dal confine trentino raggiungono i distretti di Brescia e di Bergamo, e Sirmione con tutta la giurisdizione propria di terre a sud e a nord del Garda, le Judicarie e la Val Rendena. Beni del patrimonio regio demaniale che costruiscono una fondamentale direttrice di transiti alpini, donati perché rimangano nelle mani di un ente ecclesiastico di assoluta fedeltà “a Dio e al re” fuori da pretesa o mira di potentati locali».
In questo momento la chiesetta sul monte è già «vecchia» di secoli, costruita all’indomani della fondazione della fortezza.
«Si tratta - spiega Cavada - di un oratorio-mausoleo funerario cristiano, eretto per volontà di un personaggio di élite, dotato di potere decisionale e mezzi finanziari. Un uomo adulto, di rango militare, morto all’incirca all’età di 45/50 anni e qui sepolto. Dopo di lui, altri vi vengono seppelliti: uomini adulti, forti e robusti, non famigliari fra loro». Probabilmente cavalieri comandati alla fortezza.
Il sito ha restituito recipienti in ceramica da fuoco, suppellettili e vasellame da mensa in vetro e in ceramica fine, fra cui una brocca decorata di stampo longobardo pannonico che accompagna la migrazione di questo popolo in Italia.
«Ingenti i quantitativi di rottami di manufatti in metallo, risorsa preziosa destinata a riciclo, e di prodotti agricoli (cereali e leguminose) carbonizzati da un incendio dopo essere stati stivati in un capiente magazzino, attorno all’anno 600 come indicano le datazioni del carbonio 14».
Perché fortificare questo sperone? «Il monte domina un ventaglio di percorsi che scendono da alcuni dei principali passi alpini centro-orientali. Percorsi alternativi, verso la pianura Padana, alla ben più presidiata valle dell’Adige, e per questo molto praticati, tanto più dalle incursioni che si ripetono in un momento storico di grave instabilità e insicurezza generali.
Non casualmente, lo sbocco di ciascun percorso trova a presidio un luogo elevato, difeso e intitolato a San Martino: il monte del Bleggio che domina passo Duron oppure la rupe su cui sorge Castel Stenico che fra le mura - osserva Cavada - mantiene quale parte più antica una cappella, anch’essa sorta per scopi funerari di un anonimo fondatore, quindi consacrata al santo di Tour con apparati scultorei nel primissimo periodo carolingio e, successivamente - primissimi decenni del Duecento - ammodernata e abbellita con uno splendido ciclo di affreschi, tre i più significativi dell’ arte regionale con all’interno forse la più antica immagine di San Martino presente in questa parte delle Alpi».
[foto credits: Dipartimento cultura Provincia autonoma di Trento / Visittrentino.info]


