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TRENTO. Davanti al palazzo del Governo in corso 3 Novembre. C’è Rosi che lavora in un’impresa di pulizie e da mesi aspetta, come le colleghe, la liquidazione del tfr e delle ferie, da parte dell’azienda con la quale lavorava e che si trova in difficoltà economica. E c’è Svetlana, che lavora all’Orvea di Trento per meno di mille euro al mese. Donne con gli attributi, che hanno scelto ieri di scendere in piazza e sventolare la bandiera rossa della Filcams Cgil, per «contestare - dicono - la mercificazione dei diritti dei lavoratori, il venir meno delle tutele conquistate in tanti anni di lotta». E per dire no anche alle aperture domenicali dei negozi. «Chiediamo all’amministrazione comunale - dice Paolo Burli, segretario generale Cgil Trentino - di fare un passo indietro sul provvedimento di liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali. Il 90% dei soggetti sui quali grava la liberalizzazione non la vuole. Il calo dei consumi è un fatto tangibile, legato al calo del reddito. Tenere aperto la domenica non moltiplica il potere d’acquisto». E crea disagio soprattutto alle donne, che hanno così ancora meno tempo da dedicare alla famiglia.
«Liberalizzare gli orari - incalza Roland Caramelle, segretario della Filcams Trentino - non è una soluzione alla crisi. Come non lo è la riforma del mercato del lavoro e delle pensioni, provvedimenti che colpiscono conquiste storiche e cancellano la dignità dei lavoratori. Scioperiamo oggi (ieri, ndr) per dire basta alla macelleria sociale e ad un utilizzo iniquo della crisi. Il governo chiede sacrifici ai soliti, aumenta la precarietà, sta adottando quelle stesse ricette che hanno portato paesi come la Grecia alla debacles. Lo sciopero generale continua oggi nella capitale. «I provvedimenti di rigore voluti dall’esecutivo - prosegue Franco Martini, segretario nazionale della Filcams Cgil - avulsi da una politica di sviluppo, rendono inefficace il risanamento. Se si continuano a colpire i lavoratori in questo momento di recessione, siamo condannati a fare una brutta fine. Noi diciamo no alla liberalizzazione degli orari dei negozi, contestiamo la riforma delle pensioni in un settore quello del commercio, nel quale prevalgono le donne lavoratrici impiegate part-time. Donne che mediamente guadagnano il 32% in meno rispetto ai colleghi uomini, a parità di mansioni e di anzianità. E secondo il sistema contributivo, lavorare mezza giornata, significa anche accumulare mezza pensione. Un sistema del genere non può reggere a lungo».Bandiere rosse e fischietti strappano consensi del popolo dei lavoratori, che vuol essere protagonista di una nuova stagione di diritti.
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